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Roma, 20 mag – Il Teatro Nazionale d’Albania era un gioiello incastonato nel cuore di Tirana. Era, perché le ruspe lo hanno abbattuto senza pietà domenica scorsa. La decisione di distruggere l’edificio realizzato nel 1939 dall’architetto e ingegnere italiano Giulio Bertè, è stata presa dal governo socialista del premier Edi Rama e dal sindaco della capitale albanese Erion Veliaj. Entrambi non hanno osato discuterne il valore artistico, ma a loro dire il teatro rischiava di crollare e non era possibile procedere con interventi di riqualifica. Dunque al suo posto hanno deciso di costruire da zero un teatro moderno progettato da un architetto danese, Bjarke Ingels. Quanto siano capziosi ragionamento e metodo attuati va da sé. Com’è altrettanto chiaro che l’abbattimento è un’operazione inaccettabile perché cancella di punto in bianco un simbolo storico e culturale.

Migliaia di persone in piazza contro il governo

Puzza di stolta ideologia in salsa iconoclasta, in una nazione che sta attraverso soltanto negli ultimi anni una progressiva rinascita dopo decenni di comunismo. Il teatro di epoca fascista, denominato in albanese Teatri Kombëtar, era il principale di Tirana. Lascito futuristico dell’Albania italiana che attorno vi costruì il quartiere italo-albanese “Scanderbeg”. Quest’ultimo è diventato poi un centro culturale, sportivo e artistico e non ha mai perso la propria peculiarità neppure negli ultimi anni. Nel 2018 il governo socialista ha deciso di abbatterlo e pochi giorni fa ha mantenuto la scellerata promessa. Un fatto che dopo aver suscitato forti critiche da parte degli ambienti sia politici che culturali albanesi, ha scatenato un’ondata di proteste di piazza.

Forse le autorità governative pensavano che abbattere il teatro durante l’epidemia di coronavirus avrebbe scoraggiato le manifestazioni e invece migliaia di persone hanno contestato ugualmente, violando le misure restrittive. Già domenica scorsa, quando alle 4:30 di mattina le ruspe del comune di Tirana hanno iniziato a buttare giù l’edificio, i manifestanti hanno protestato con forza e decine di loro sono stati fermati e portati in commissariato. Tra di loro anche Monika Kryemadhi, moglie del presidente della Repubblica Ilir Meta e leader Movimento socialista per l’Integrazione, la seconda più rilevante forza di opposizione. Anche Lulzim Basha, leader del Partito democratico, si è scagliato contro l’abbattimento del teatro definendola “un atto di corruzione da parte del governo che non rinuncia agli affari sporchi anche in questi momenti di pandemia”. Una contestazione trasversale dunque, a prescindere dalle posizioni politiche e che adesso sta generando il caos in Albania.

“Demolizione decisa dalla mafia al potere”

Il capo dello Stato, Ilir Meta (già del tutto in rotta con il primo ministro Rama) non ha usato mezzi termini: “A ordinare la demolizione è stata la mafia al potere. Nessuno può illudersi che ci sia uno Stato di diritto in Albania”. Altrettanto forte la presa di posizione di Confindustria Albania: “Uno dei monumenti di cultura più importanti d’Albania e d’Europa è stato scippato alla città di Tirana e alla storia dell’architettura, italiana e non solo — ha dichiarato il presidente Sergio Fontana — È come se per costruire un teatro più capiente, coperto e confortevole, si decidesse di abbattere l’Arena di Verona o il Colosseo. Un nuovo Teatro nazionale sarebbe potuto essere edificato in un’altra zona senza distruggere un simbolo di arte, storia e cultura”. Secondo Fontana il teatro “era un esempio eccezionale dell’architettura italiana, testimonianza architettonica del profondo legame di fratellanza che da sempre unisce i due popoli”.

Eugenio Palazzini

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