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Roma, 20 mag – «Non bisogna abbassare la guardia», premette il direttore sanitario dello Spallanzani Francesco Vaia, «soprattutto in questa fase, in cui abbiamo dei dati su Roma e sul Lazio che sono incoraggianti e che confermano la bontà del lavoro che abbiamo fatto tutti insieme». Ma una cosa è sicura: dopo il boom dei mesi scorsi «è corretto dire che i nuovi pazienti hanno sintomi più lievi», annuncia ai microfoni dell‘Agi.

Vaia spiega che la situazione allo Spallanzani è radicalmente mutata rispetto ai mesi scorsi: «Adesso abbiamo molti pazienti ‘grigi’. Noi li chiamiamo cosi’. Si tratta di pazienti asintomatici o lievemente sintomatici, che sono aumentati e che stiamo studiando. In questo momento, nel nostro ospedale, si trova, quindi, un numero alto di questi pazienti e un numero inferiore di pazienti clinicamente evidenti». A tal punto che «allo Spallanzani e’ praticamente vuoto il reparto di terapia intensiva». Il direttore dello Spallanzani ci va con i piedi di piombo: prima di cantar vittoria e dichiarare il «cessato pericolo» è necessario «capire, dobbiamo studiare questo dato. Probabilmente, come si verifica in tutte le fasi epidemiche, nella coda dell’epidemia assistiamo a una riduzione della virulenza». Tutte osservazioni che andranno sottoposte ad una verifica su base scientifica. Però, «Oggi possiamo dire che sulla base delle osservazioni i nuovi pazienti hanno sintomi piu’ lievi, ma si tratta di un dato empirico e non scientifico».

Vaia prosegue ricordando che  «le esperienze passate di tutte le epidemie ci dicono che il virus muta man mano che si diffonde nel tempo e nei luoghi. Dunque, non e’ improbabile che il virus possa mutare e diventare meno virulento», spiega. «Non e’ improbabile. Tutte le epidemie hanno sempre una coda di minor diffusione, di minor contagiosita’, ma soprattutto di minor virulenza».

Ad ogni modo «occorre mantenere la guardia alta». Ottimismo anche sul fronte delle terapie, rimanendo in attesa del vaccino: «oggi ne abbiamo alcune a disposizione, tra queste anche quella al plasma, che è in fase sperimentale. Però non si tratta di un atto di prevenzione. Il vaccino è l’atto di prevenzione che metterà la parola fine al virus. Quello con il plasma e’ un atto di terapia che si fa su una persona malata», avverte Vaia. Tra l’altro, per la cura al plasma «bisogna trovare dei donatori guariti e non è sufficiente che il donatore guarito abbia sviluppato anticorpi tout court: devono essere anticorpi neutralizzanti». Lo Spallanzani ha fatto ricordo alla terapia con il plasma iperimmune «in un solo caso: con un bambino ricoverato all’ospedale Bambino Gesù. Insomma, è una terapia che stiamo comunque sperimentando».

Cristina Gauri

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