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Roma, 18 set – Chi ha negli occhi le immagini dei C-17 americani che volano via da Kabul, ha la sensazione di una delle più grandi disfatte occidentali in Asia centrale. In realtà, a guardare bene, gli Stati Uniti hanno raccolto solo un testimone. L’Afghanistan non hai mai regalato troppe soddisfazioni all’Europa, e se la missione a guida Usa è finita con una triste ritirata, non è nulla in confronto alla catastrofe toccata all’Inghilterra nel 1842 alla fine della prima guerra afgana.



Lo scenario era quello del Grande Gioco: sullo scacchiere asiatico vari interpreti spostavano le loro pedine in un incessante movimento. Tra i giocatori principali, naturalmente, c’era l’Inghilterra, con alle spalle il proprio impero indiano e di fronte la minaccia russa. Nel mezzo territori non facili da addomesticare, sia per la morfologia che per i loro abitanti. Nel 1838 gli inglesi erano riusciti a stabilizzare buona parte dell’Afghanistan, rimettendo sul trono Shah Shujah in funzione anti-russa. L’anno dopo, vinte le resistenze dell’altro pretendente Dost Mohammed, il capo missione inglese Sir William Macnaghten telegrafava ai superiori: “L’Afghanistan è in pace”.

Ma nell’aria c’erano, inascoltate, le voci dei mullah che predicavano contro gli inglesi da un capo all’altro del paese. Nella terra i segnali che le tribù del nord covavano rabbia contro il re fantoccio e i suoi burattinai. L’Inghilterra guidata dai Tory voleva uscire di scena, potenziando la reggenza locale, addestrando le truppe afgane e così togliere le proprie, mantenendo solo un controllo politico. Una vecchia storia che si è ripetuta sempre con accento inglese, in una filastrocca che parla di Afghanistan, Usa e Inghilterra. Ma anche quella volta qualcosa andò storto.

Swinging Kabul

L’ebbrezza degli inglesi a Kabul in quegli anni ricorda il bordello che faranno poi gli americani. Tanti, potenti e ricchi, avevano in più messo sul trono un satrapo esoso. I conti per gli afghani non tornavano: da un lato la presenza di tanti soldati alterava i prezzi dei beni nel mercato, dall’altro il re imponeva tasse per mantenere il suo pregiato stile di vita. Inoltre, quella che doveva essere una presenza temporanea da parte delle truppe occidentali, stava prendendo i contorni dell’occupazione permanente. L’Inghilterra di ieri come gli Usa di oggi, mentre l’Afghanistan è rimasto lo stesso giudice severo.

Se ciò non bastava, gli ufficiali si davano alla pazza gioia, facendo mormorare i mullah e i mariti traditi da mogli collaborazioniste. Negli acquartieramenti – descrive Peter Hopkirk in The Great Game – era un via vai di donne. Un flusso proporzionale alla rabbia degli afghani che si vedevano privati delle donne e dell’onore. Quando fra i traditi, ai poveri cristi si aggiunsero anche persone altolocate, la schiera era pronta ad incornare gli inglesi.

Quando arrivò il primo colpo, gli inglesi erano troppo sicuri di sé per reagire con decisione. Il 1° novembre 1841 un gruppo di afghani inferociti si assiepò sotto la casa dove risiedevano alcuni ufficiali, nel cuore della Kabul vecchia. Puntavano ad Alexander Burnes, ufficiale e latin lover che aveva avuto un ruolo importante nell’avvicendamento fra Shah Shujah e Dost Mohammed; puntavano alla tesoreria della guarnigione lì custodita; puntavano alla vendetta. Burnes, pur avvertito del pericolo, pensò di poter dominare la piccola folla. Che divenne sempre più grande, che invase la casa, che uccise tutti. Mentre le truppe inglesi, di stanza a pochi chilometri, rimanevano inerti per le titubanze dei comandanti.

La folle folla afgana

Col passare delle ore migliaia di afgani aderirono alla rivolta, che coinvolse in poco tempo tutta la regione. Anche le tribù che dominavano i passi fra Afghanistan e India britannica – una volta rimaste senza finanziamenti in vista della ritirata programmata dai Tory – si unirono all’insurrezione. Gli inglesi si trovarono in fuori gioco a pochi istanti dalla fine della partita, ma non se ne rendevano ancora conto. Gli errori strategici – da dove posizionare le truppe alla forza con cui reagire – si susseguirono in una vertiginosa discesa verso il baratro.

La seconda tappa della via crucis, dopo il massacro degli ufficiali di Burnes, avvenne presso gli accantonamenti inglesi a nord della città. Costruiti in fretta e senza difese stabili se non un basso muro di argilla, non adatti al cambiamento di clima verso gli occupanti. Eppure le truppe, invece di uscire dalla trappola, si preparano lì all’assedio. Così arrivarono gli afgani, e prima di loro il freddo di inizio inverno, la scarsità di medicinali e rifornimenti, la demotivazione. Quattromilacinquecento soldati con dodicimila civili al seguito rimasero a fare così la fine dell’orso al circo.

Dopo tre settimane di assedio, gli inglesi scesero a patti con gli afghani, guidati da Mohammed Akbar Khan, figlio del precedente re. Le prime condizioni imposte furono durissime e umilianti, incluso il ritorno sul trono di Dost Mohammed; ma Macnaghten, che guidava la guarnigione, riuscì a muovere le leve della corruzione di alcuni capi tribù non del tutto contenti di un cambio di guardia. Akbar, costretto a rimodulare, propose agli inglesi un patto segreto per uscire di scena pagando una modesta penale, lasciando Shah Shujah alla guida del paese. La exit strategy sembrava riuscita, ma il peggio doveva ancora arrivare.

“Doveva finire male, è finito peggio”

Adescati fuori dagli accantonamenti per siglare l’accordo, Macnaghten e i suoi funzionari furono messi nel mezzo ai capi tribù. Akbar rese noto il piano segreto che li escludeva; Macnaghten, ignaro di chi avesse intorno, confermò: il suo cadavere, mutilato di testa, braccia e gambe, fu trovato poi appeso a un palo del bazar, mentre le sue membra insanguinate venivano portate trionfalmente in giro per la città. Una mano fu vista sventolare fuori dalla loro cella da due prigionieri inglesi.

“Doveva finire male, è finito peggio” recita un proverbio afgano che potrebbe essere il titolo di tutta la vicenda. Akbar ottenne dagli inglesi la consegna dell’artiglieria in cambio del salvacondotto fino alla guarnigione britannica più vicina a Jalalabad, centotrenta chilometri a est al di là di montagne innevate. La trappola a Macnaghten non aveva insegnato nulla: il 6 gennaio 1842 sedicimila persone si avviavano così nella neve verso i passi montani, praticamente indifese. All’Inghilterra mancavano i C-17 Usa per scappare dall’Afghanistan.

Una settimana più tardi, dalle mura di Jalalabad videro nella pianura un uomo accasciato sul suo cavallo. Aveva ferite da taglio alla testa e alle mani, si chiamava William Brydon, medico e unico componente della guarnigione britannica a raggiungere Jalalabad. Fu lui a raccontare come la spedizione fosse stata attaccata dall’inizio alla fine del tragitto. Giorno e notte, falcidiati dagli afgani e finiti dal freddo. Di Brydon, ribattezzato il “messaggero di morte”, resta il ritratto di Elizabeth Butler dal titolo emblematico Remnants of an Army: quello che resta di un esercito. Era l’armata dell’Indo con le sue giubbe rosse, fiori di sangue sulla neve afgana.

Simone Pellico



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