Roma, 10 ott – «Ho definitivamente finito con i fumetti», in un’intervista al Guardian Alan Moore dà il suo personalissimo addio al mondo delle storie illustrate. E lo fa, com’è nel suo stile, con una dichiarazione spiazzante, tacciando di fascismo il genere fumettistico per eccellenza, quello dei supereroi.

L’addio ai fumetti di Alan Moore

Alan Moore è stato uno degli autori più influenti e interessanti del mondo dei fumetti, fa quindi uno strano effetto sentirgli dire: «Non ne scrivo più da circa cinque anni». Il suo capolavoro incontrastato è senza ombra di dubbio Watchmen, che, insieme a Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, è stato capace intorno agli anni ’80 di dare una sferzata al genere supereroistico, infondendolo di una profondità e di uno spessore mai sperimentati prima e probabilmente mai raggiunti dopo. Un qualcosa che però lo stesso Moore in parte disconosce: «Amerò e adorerò sempre il medium dei fumetti, ma l’industria dei fumetti e tutte le cose ad essa collegate sono diventate insopportabili». Sotto accusa sono proprio le storie dei supereroi: «Centinaia di migliaia di adulti [sono] in fila per vedere personaggi e situazioni che erano stati creati per intrattenere i ragazzi di 12 anni – ed erano sempre ragazzi – di 50 anni fa. Non pensavo davvero che i supereroi fossero una faccenda per adulti».

Moore mette in mezzo anche i propri lavori: «Penso che questo sia stato un malinteso nato da quello che è successo negli anni ’80 – di cui mi assumo anche io una parte della colpa, anche se non era intenzionale – quando cose come Watchmen sono apparse per la prima volta. C’erano un sacco di titoli che dicevano “I fumetti sono cresciuti”. Tendo a pensare che, no, i fumetti non siano cresciuti». Insomma, un cambiamento solo apparente che in realtà nascondeva altro: «Non sono stati i fumetti a crescere. Penso che fossero più i fumetti che incontravano l’età emotiva del pubblico arrivando dall’altra parte». Questo processo, per Moore, ha anche una connotazione politica: «Intorno al 2011 ho detto di pensare che avrebbe avuto implicazioni serie e preoccupanti per il futuro se milioni di adulti avessero fatto la fila per vedere i film di Batman. Perché quel tipo di infantilizzazione – quella spinta verso tempi più semplici, realtà più semplici – molto spesso può essere un precursore del fascismo».

Moore vs Miller: pericolo fascista o deriva woke?

Non è per nulla banale che Moore citi proprio Batman come esempio del pericolo fascista insito nei supereroi. È un’equazione che in fondo troviamo anche nell’altro grande pilastro del genere, quel Il ritorno del Cavaliere Oscuro che abbiamo evocato poco fa. Qui il crociato incappucciato viene tacciato di essere una specie di «fascista sociale», con tanto di uno psichiatra che lavora per il recupero di supercriminali come Harvey Dent o Joker, pretendendo che sia proprio l’azione violenta e repressiva di Batman ad innescare il comportamento opposto. Che lo psichiatra in questione, con le sue spiegazioni astruse e le sue teorie su una «psicosi» di Batman dovuta alla «repressione sessuale», finisca per essere ucciso dallo stesso Joker, ci dice abbastanza dell’opinione che poteva avere in merito lo stesso Miller.

Insomma, il dottor Wolper, questo il nome del personaggio, sembra incarnare perfettamente quei soloni del politicamente corretto che hanno finito per rovinare anche le storie dei supereroi. Sì, perché all’opposto di quanto sostenuto da Moore, se i fumetti sono in crisi non è per il pericolo fascista, ma per la deriva woke. Si potrebbero citare esempi infiniti di come l’ideologia progressista abbia banalizzato personaggi e storie, finendo per deformarli all’insegna dell’inclusività e altre amenità varie. Un modo per disinnescare quella sorta di mascolinità tossica che anche Moore rimprovera ai supereroi, che invece era sano spirito di avventura.

Michele Iozzino

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1 commento

  1. Basta vedere quanto è deviata la serie televisiva che vorrebbe essere il seguito di Watchmen. Forse aveva ragione quel regista francese morto qualche settimana fa quando diceva che a forza di cercare di inculcare un’idea in realtà la si fa odiare.

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