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Roma, 19 set – Il fenomeno del tatuaggio è ormai da secoli oggetto di discussione persino nell’ambito dell’antropologia. Ai giorni nostri questa pratica è ormai diventata popolare e famosa in tutto il mondo. E il mestiere di tatuatore ormai riconosciuto come vera e propria professione.



Il primo tatuaggio occidentale: i cavalieri in Terra Santa

Per comprendere pienamente la storia del tatuaggio in Europa e in occidente dobbiamo tornare indietro nel tempo fino al medioevo. Più nello specifico al periodo delle Crociate, le spedizioni verso Gerusalemme per il controllo del territorio del Santo sepolcro. E’ in questo contesto che molti dei cavalieri cristiani, al fine di essere sepolti in terra consacrata dopo la morte, decisero di imprimere sul proprio corpo con l’inchiostro alcune immagini sacre appartenenti alla religione di riferimento.

La pratica del tatuaggio era diffusa in realtà già nell’antica Roma, ma veniva considerata in parte come un’influenza barbarica. Inoltre l’imperatore Costantino, dopo la sua conversione al cristianesimo, vietò definitivamente il fenomeno.

Lo stile “tradizionale”

Con il passare dei secoli l’uomo occidentale, oltre a raggiungere una particolare consapevolezza del tatuaggio, riuscì anche a creare un vero e proprio stile chiamato “tradizionale”. Trattasi di un connubio tra l’arte tradizionale polinesiana e le influenze esercitate dai marinai americani nella metà del ventesimo secolo. Inoltre, dietro a questo stile ci sono tecniche ed excursus artistici che lo rendono ricco di storia e curiosità.

Il padre del tatuaggio tradizionale è Norman Keith Collins, universalmente conosciuto con lo pseudonimo di “Sailor Jerry”. Si deve a lui la scoperta di nuove pigmentazioni oltre che il miglioramento degli gli aghi per l’esecuzione del disegno.

Per quanto riguarda le raffigurazioni tradizionali più celebri troviamo le rondini, il cuore, l’ancora, il veliero e le pin-up (alcune erano donne ed altre ancora sirene: nascono come elogi alla figura femminile). I bordi dei tatuaggi tradizionali sono neri e l’interno veniva inizialmente colorato con il giallo, il rosso ed il blu.

Tra gli altri stili, sicuramente più moderni ed altrettanto famosi, oltre che degni di nota, troviamo raffigurazioni in realistico, neo-tradizionale, destrutturato e molto altro ancora.

Il mestiere del tatuatore

Per quanto riguarda invece il mestiere del tatuatore, è possibile denotare come abbiano traslato nel tempo la loro funzione di artigiani nel ruolo di veri e propri artisti. Gianmaurizio Fercioni, uno dei primi disegnatori intradermici italiani, asserisce che secondo il codice dei tatuatori sia necessario seguire un’etica fondamentale nei confronti del proprio cliente: non si tatuano persone non in grado di intendere e di volere, simboli politici, tossicodipendenti o ubriachi. Soprattutto non si dovrebbero tatuare i piedi, le mani, il collo ed il viso.

Opinioni a parte, con il passare del tempo il tatuaggio ha assunto una valenza estetica, oltre al chiaro significato individuale per la persona che lo “indossa”, senza scadere mai nella banalità della moda. Insomma, avere uno o più tatuaggi equivale ad avere una propria peculiarità che affiora sulla pelle. Come fosse un ritratto permanente della propria anima.

Gabriele Caramelli



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1 commento

  1. Molto interessante e ricambio con una personale considerazione di “ieri l’ altro”. I tatuaggi, nella recente storia nazionale, sono apparsi prima, pesantemente, nelle carceri a significare sì l’ aspetto rilevante della propria anima, ma oserei dire in chiave di sofferenza; variegati in quantità e qualità in base al vissuto. E come tanti altri comportamenti “sofferenti”, sono poi risultati esportati all’ esterno nella società guarda caso sempre meno libera…

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