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Roma, 4 feb – Siccome la priorità durante la vita del nuovo Coronavirus è di tutelare la dignità delle comunità cinesi che rischiano il linciaggio da parte dei fascio-sovranisti incapaci di assaporare questa nuova forma di melting pot, la priorità emersa dopo la morte di Kobe Bryant è di concedergli la cittadinanza italiana in modo tale da riaprire la diatriba sul famoso ius culturae, per dirla alla Michele Serra. Il quale, in una recentissima Amaca, ha versato lacrime per la morte del campione Nba e non solo. Difatti il giornalista di Repubblica ha colto la palla al balzo per riesumare il cadavere putrefatto di Kobe per una proposta che non ha senso d’esistere, se non nelle menti faziose di chi non vuol capire la realtà: a Bryant, dato il suo passato trascorso in Italia, data la sua fama e dato il suo ottimo italiano, il governo dovrebbe conferire la cittadinanza italiana sulla base del concetto di ius culturae il quale, a sua volta, si basa su una non meglio precisata partecipazione all’attività scolastica italiana.

Le lacrime di Serra

Intanto qualche lacrimuccia, ché un po’ di ipersensibilità fa sempre bene: “Abbiamo condiviso le lacrime dei suoi amici d’infanzia, Reggio Emilia, Reggio Calabria, Pistoia, compagni classe e di palestra, gente semplice, gente di popolo che fino a pochi giorni fa era ancora in corrispondenza con lui, il campione della Nba, a nove fusi orari di distanza”. Poi la sequela di nostalgici ricordi di cui dovrebbe tener conto il governo: “Si scrivevano in italiano, ovviamente: la lingua dei banchi di scuola, della strada, delle scale condominiali, dei capetti di calcio e di basket che li hanno visti crescere insieme”. E così arriviamo al nocciolo della questione: “Ora che Kobe non c’è più sarebbe bello, ma soprattutto sarebbe giusto, dargli la cittadinanza italiana alla memoria, applicando nei fatti il famoso ius culturae chi cresce e studia qui da noi, parla come noi, gioca insieme a noi, è uno di noi, e lo è per sempre”. Non è finita qui, ma ci arriveremo dopo.

La morte come strumento di propaganda

“Ora che Kobe non c’è più”: messa così, sembra che la proposta di cittadinanza di Serra si basi sul preventivo decesso dell’interessato, dopo il quale possiamo verificare la possibilità di trasformarlo in cittadino italiano. E a pensar male si fa peccato, ma pare che la morte sia l’evento tragico perfetto per intenerire quell’opinione pubblica frignona che credeva, fino a l’altro ieri, che Nba fosse una nuova marca di frullatori; inoltre anche che, sempre il suddetto decesso, sia fondamentale per appioppare la cittadinanza al deceduto, il quale, se avesse voluto, ne avrebbe fatto richiesta durante la sua vita. Che a Kobe Bryant non fregasse un tubo della cittadinanza italiana?

Il finale dell’Amaca: “Mi piacerebbe che si capisse che essere italiani, se si è cresciuti in Italia, non è una concessione, ed è addirittura qualcosa di più di un diritto: è identità. È essere ciò che si è. E Kobe Bryant aggiungerebbe che è anche una fortuna”. Però, se la cittadinanza è attinente alla identità di ogni individuo, essa niente ha a che fare coi diritti che vengono sanciti artificialmente da una maggioranza parlamentare. L’identità è innata, non la si cerca, non la si trova, ci si finisce dentro che lo si voglia o no, che Serra voglia darcene un’altra oppure no. Se nascere, studiare e giocare in un determinato luogo fossero le condizioni per ottenerne la cittadinanza, per quale motivo i terroristi islamici che hanno bagnato di sangue il suolo europeo erano tutti cittadini europei? Evidentemente perché questa loro “evoluzione” non ha aveva cancellato dalla loro anima l’identità originaria, che nel loro caso risultava fanatica e violenta.

La complessità dei nostri dati caratteristici particolari, che si riassumono nella identità, non possono essere colorati in un modo o in un altro sulla base dei desideri morbosi di chi ha nella propria testa la strisciata arcobaleno, la mescolanza fine a sé stessa, il meticciato di identità e un brodo culturale che darebbe solo vita al nulla cosmico. La identità forma un binomio inscindibile con la patria, che è la storia, la lingua, la civiltà e la terra dei nostri avi da cui discende la granitica certezza d’appartenenza a una ben precisa, per l’appunto, identità. È un cerchio che inizia e termina nel medesimo punto, e che certa opinione pubblica vorrebbe spezzare e sfilacciare. Chissà se Michele Serra capirà mai che a Kobe Bryant non fregava un tubo di esser come lui. Perché Bryant, a differenza sua, una identità sapeva di averla.

Lorenzo Zuppini

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2 Commenti

  1. A deficiente la cittadinanza non gli è stata data quando stava in Italia e adesso per accogliere le scimmie africane vuoi darla al mitico povero Kobe? Ma vai a fare in kulo povero giornalaio da tonnara. Idiota per on dire testa di ka77o

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