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Roma, 26 ott – Negli stereotipi della politica, o meglio nella realtà dell’idea politica, è abbastanza noto associare il pensiero di sinistra all’idealismo, alla cultura al mondo degli intellettuali mentre il pensiero di destra ad una presunta arretratezza e povertà mentale. Ciò non solo è abbastanza ridicolo, in quanto risulta già arretrato di suo giudicare il valore culturale di una persona per i suoi ideali politici, ma soprattutto questo stereotipo nasce all’interno dei contesti caratterizzati dal buonismo e dall’incoerenza, diffusi in Italia a partire dagli anni ’90, pochi anni dopo Tangentopoli.

Le origini della cultura “di sinistra”

Se dovesse essere fatta un’analisi approfondita, in realtà tale stereotipo culturale dovrebbe favorire il pensiero sovranista-conservatore piuttosto che l’ala pseudo-progressista. Prima di tutto, la “sinistra” nasce in un contesto politico-culturale recente, in Francia con la rivoluzione del 1789, poi successivamente nel XIX secolo con le teorie di Marx e Proudhon in critica a tutto ciò che rappresentava il sistema politico ed economico di allora. La tradizione politica che poi confluì e si radicalizzò nel sovranismo appartiene invece ad una delle più importanti tradizioni culturali della storia del mondo occidentale, che potrebbe addirittura farsi risalire ad Augusto, primo princeps di Roma.

Non è mai esistita una sinistra fino alla Rivoluzione Francese, fatto storico determinante nella storia, per le sue implicazioni socio-politiche nemmeno paragonabile alla Rivoluzione Americana di alcuni anni prima, la quale avvenne per altro per cause e motivazioni differenti. I valori culturali, i principi, le idee non sono mai state “di sinistra” come molti che appartengono a tale ala affermano e rivendicano anche con una certa arroganza.

Una “destra” di pensiero

I radical-chic, scrittori improvvisati e salottisti, rivendicano che la letteratura e le arti umanistiche come la scienza, associate al progresso, possono appartenere solamente ad un pensiero politico che non sia la destra. Ciò è alquanto singolare: basta citare Giuseppe Ungaretti o il vincitore del premio nobel per la letteratura Luigi Pirandello nel 1934, entrambi tesserati al Partito Fascista. La lista non finisce qui: la stragrande maggioranza nel primo novecento degli intellettuali futuristi, fra cui Filippo Tommaso Marinetti oppure Gabriele D’Annunzio, letto e conosciuto anche al di fuori del territorio Italiano per l’impresa di Fiume dopo la vittoria mutilata del 1919. Il poeta Ezra Pound ed il professore universitario autore della saga fantasy-filosofica Il Signore degli Anelli, John Ronald Reuel Tolkien appartenevano politicamente alla destra radicale. Nell’ambito filosofico, quasi la stragrande molti pensatori avrebbero rifiutato le impostazioni politiche della sinistra radicale, che si mosse nella società a partire dalla seconda metà del XIX secolo con Marx stesso che fu molto influente nella radicalizzazione del pensiero di sinistra.

L’unica verità è che, a partire dal 1968, con le ribellioni studentesche, gli anni di piombo che il nostro paese visse in maniera traumatica soprattutto per le azioni del terrorismo rosso (le brigate rosse), i più giovani si lasciarono trasportare da ideali astratti nonostante il modello statuale a livello organizzativo che l’Italia ebbe nella seconda metà del XX secolo fu uno dei più equilibrati, in quanto riusciva ad alternare rigidità amministrativa a fluidità nell’economia ed un alto tasso occupazionale.

Sono tante le contraddizioni dell’attuale radical chic che, pur non conoscendo in toto la storia o la filosofia, si definisce acculturato, buonista ed è soprattutto gradualmente incoerente, pronto a fare l’evoluto non per quanto riguarda sé stesso ma sulla pelle degli altri. L’attuale classe politica di sinistra è rappresentata da quest’impostazione di pensiero di costante buonismo riuscendo quasi a “manipolare” il popolo italiano, il quale sembra si sia dimenticato delle proprie origini e della propria cultura.

Giulio Romano Carlo

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