Roma, 18 feb – Una delle peculiarità della rivoluzione neolitica è senza ombra di dubbio la sedentarietà (intesa ovviamente come stabilità abitativa, non di certo riferita al moderno stile di vita che avvelena il corpo e assopisce la materia grigia). L’incremento demografico dovuto al superamento del nomadismo porta con sé embrionali modifiche all’ambiente circostante: le prime attività di irrigazione e domesticazione delle piante da cereale favoriscono infatti il fiorire dell’agricoltura. Mano dell’uomo che – in questo caso con acqua e grano – scrive la storia: con ogni probabilità senza un’accurata gestione di risorse idriche e produzione cerealicola Roma non sarebbe mai arrivata a civilizzare 3 continenti.

Impero e focolare

Triticum, simbolo allo stesso tempo sia dell’impero che del focolare domestico. Non a caso il ben documentato Ridley Scott nel finale del capolavoro cinematografico di inizio millennio Il Gladiatore conclude la pellicola con Massimo Decimo Meridio – a scanso di equivoci: personaggio inventato dal regista – che in punto di morte si ricongiunge alla mai dimenticata famiglia proprio nel rigoglioso campo di grano della sua tenuta. Protagonista poi nel medioevo – quando lo stesso mulino diventa emblema di potere – abbiamo riscoperto il suo peso specifico, nostro malgrado, nelle ultime settimane, con gli aumenti di prezzo dei suoi derivati principali, ovvero pane e pasta, dovuti per l’appunto (anche) al rincaro della materia prima.

La battaglia del grano e il suo impatto economico

A proposito di storia e cereali, tutti conosciamo la “battaglia del grano”. Riforma agraria del 1925 voluta da Mussolini in persona, il quale affida al “Comitato permanente” un lavoro su tre fronti: selezioni dei semi, perfezionamenti tecnici e problema dei prezzi. Recenti studi hanno avvalorato la tesi per la quale le migliorie ottenute sulle questioni poste dal Duce favorirono poi il nostro sviluppo economico nel lungo periodo: aumentando la produttività agricola di conseguenza ne trasse beneficio anche il settore industriale. La manifattura infatti – come spiega brillantemente Filippo Burla nel suo libro Tornare Potenza – è “l’unica funzione capace di creare ricchezza”.

Il genio del grano

Ma per arrivare all’autosufficienza granaria il solo intuito politico non sarebbe stato sufficiente: a completare l’opera ci pensa un’altra delle migliori espressioni del genio italico. La seconda figura centrale è infatti quella di Nazareno Strampelli, importante – ma dimenticato – agronomo e genetista. Impegnato già a inizio ‘900 nell’ibridazione del frumento ma poco compreso dai governi liberali, i suoi studi si concentrano in particolare sulla creazione di varietà resistenti alla ruggine, con maturazione precoce (per evitare gli effetti avversi dovuti alla siccità tipica del periodo di mietitura) e meno inclini all’allettamento. Intuendo le leggi mendeliane ben prima di approfondirle, seleziona circa 800 incroci grazie anche a concetti opposti rispetto a quelli allora più diffusi. Sue sono le “sementi elette”, ottenute dal 1905 in avanti e utilizzate su larga scala – in Italia e all’estero – a partire appunto dagli anni ‘20 del novecento (nel 1933 rappresentano più del 60% della produzione nazionale).

Le sementi elette: il grano duro “Senatore Cappelli”

Maggiore produttività per ettaro e scelta delle varietà più fruttifere: con l’aiuto delle bonifiche un altro risultato ottenuto fu quello di non sottrarre eccessivo terreno alle restanti coltivazioni. Interessanti, inoltre, molti dei nomi scelti: dagli eroi patriottici di Grande Guerra e Risorgimento fino a Dante, passando per le città redente e i richiami diretti al fascismo. Tra queste varietà particolarmente importante e unico nel suo genere – riscoperto oltretutto ai giorni nostri, in quanto consigliato in tantissime diete – è il grano duro “Senatore Cappelli”. Creato nel 1915 in onore dell’omonimo politico (concesse a Strampelli un terreno nei pressi di Foggia da adibire a semine sperimentali) e coltivabile solo con metodi biologici, presenta radici molto profonde che permettono alla pianti di nutrirsi in profondità, dove il terreno presenta maggiori sostanze nutritive. A beneficiarne è quindi il prodotto finale: alto contenuto proteico rispetto alle farine dei grani moderni, maggiore concentrazione di vitamine e sali minerali, basso livello di glutine, quindi più digeribile e meno calorico.

Risultati (anche a lungo termine) sia in materia economica che nel campo alimentare. Con buona pace dei canonici libri di scuola – o, per meglio dire, dei professori sessantottini – che hanno sempre liquidato la battaglia del grano descrivendola macchiettisticamente: basterebbe la volontà di leggere gli avvenimenti senza pregiudizievoli paraocchi. Ma questa, appunto, è un’altra storia…

Marco Battistini

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1 commento

  1. Nazareno Strampelli rimane ancora oggi un vero gigante della nostra storia. Uno dei pioniere della Rivoluzione Verde, poi esplosa negli anni ’60, ma che affonda le sue radici negli anni ’20 e ’30, insieme ad un’altra serie di agronomi e tecnici agrari che sposarono, più o meno convintamente, la politica agraria del fascismo. Ironia della sorte, è più famoso e considerato all’estero che in patria (sic!).
    Però il Senatore Cappelli, oggi tornato molto in voga, anche se va detto che è più una moda che altro, non fu forse la sua creazione più originale. Infatti fu il risultato di una selezione genealogica ottenuta sulla “popolazione” di grano duro nord africano denominato Jenah Rhetifah. In questo caso Strampelli seguì la scuola del suo “rivale” Francesco Todaro, il quale era ostile all’incrocio e perseguiva il miglioramento genetico attraverso, appunto, l’attenta selezione genealogica di varietà già esistenti. Probabilmente, Strampelli seguì questo metodo perché si concentrò poco durante la sua attività sul grano duro, per cui ebbe minor considerazione, dedicandosi principalmente al grano tenero, dove infatti ha costituito le sue varietà più innovative attraverso l’ibridazione: dal Carlotta al Mentana, dal San Pastore all’Ardito. Quelle furono le sue migliori creazioni.

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