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Roma, 28 dic – Canto eroi e macchine della guerra mussoliniana è una delle opere più emblematiche della cosiddetta aeropoesia. Analogamente all’aeropittura, questa branca del futurismo esaltava gli eroi del cielo che entusiasmavano gli artisti innamorati di questi mezzi. Non tutti lo sanno ma Filippo Tommaso Marinetti dedicò un capitolo di questa sua opera ad un eroe scomparso troppo giovane: Annibale Pagliarin.

La gioventù in fabbrica

La Necchi è un’azienda, tutt’ora in attività, produttrice di macchine da cucito. Sorta nel pavese nel 1926, alla Necchi lavorerà anche Annibale Pagliarin. Il giovane, originario di Vittorio Veneto, si trasferirà a Pavia dopo aver conseguito il diploma presso l’istituto tecnico del suo paese natale. In quegli anni l’Italia entrava in guerra con l’Etiopia, partecipava alla guerra di Spagna ed iniziava a proiettarsi nell’ottica di una guerra mondiale.

Per questo motivo, Annibale Pagliarin fu chiamato alle armi nel 1937 per frequentare la scuola di alpinismo di Aosta. Al termine della preparazione tecnica, venne promosso a sergente per poi essere congedato. Nel 1939, però, venne richiamato dall’esercito in qualità di furiere. La promozione a sergente maggiore coincise con l’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale: il 10 giugno 1940.

La morte in Grecia

Dalla Francia, Annibale Pagliarin venne ben presto trasferito sul fronte opposto, quello greco. In qualità di alpino, infatti, era stato preparato a combattere in zone fredde, impervie e piene di pericoli. Per questo motivo le montagne dei balcani facevano esattamente al caso suo.

A capo del 2° plotone fucilieri, tra il 22 ed il 24 dicembre 1940, Pagliarin rimase a difesa della cima del Faqja Gurit, un punto estremamente strategico per l’avanzata nemica. Il 24 dicembre il soldato veneto venne gravemente ferito ma continuò, comunque, a combattere. Solo tre colpi alla testa lo fermarono.

La medaglia d’oro al valor militare

Nella medaglia d’oro al valor militare conferitagli in seguito possiamo ancora leggere: “Sottufficiale di contabilità, appena giunto in linea con la sua compagnia alpina, si offriva di far parte di un centro di fuoco avanzato, sottoposto ad intensa azione di artiglieria e di mitragliatrici, contribuendo validamente per più giorni alla tenace resistenza opposta dal suo reparto ai reiterati attacchi di forze nemiche soverchianti per uomini e mezzi. Ferito una prima volta al viso da una scheggia di bomba, rifiutava di farsi medicare e si lanciava, alla testa dei suoi uomini, al contrassalto. Colpito una seconda volta, pure al viso, da una pallottola avversaria, non solo rimaneva al suo posto di combattimento ma, sostituitosi al porta arma caduto, di un fucile mitragliatore, continuava a sparare, infliggendo al nemico sensibili perdite. Avuta la sua arma inutilizzata da una raffica di mitragliatrice, si lanciava decisamente nella mischia a colpi di bombe a mano, finché, colpito una terza volta alla testa, si abbatteva esamine sul campo della gloria, dopo aver contribuito con indomito valore al successo dell’azione. Mirabile esempio di audacia, di eroismo e di grande amor patrio”.

Tommaso Lunardi

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