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Roma, 15 feb – La storia dei nostri soldati partiti e scomparsi in terra russa è infinita. Ci sono storie che sono diventate famose in tutto il mondo, altre che, invece, restano nascoste all’interno dell’intimo pensiero del protagonista stesso dell’evento. Una storia molto particolare è quella accaduta a Paolo Signorini. Ad ucciderlo, infatti, non è stato proiettile o arma di alcun tipo, bensì un infarto nel bel mezzo della battaglia.

Valoroso già dalla Grande Guerra

Quando Paolo Signorini partì alla volta della Russia, il suo nome era già noto fra i reparti degli Alpini. Classe ’96, il giovane soldato di Casale Monferrato si era distinto durante il primo conflitto mondiale. Partito per il fronte poco più che ventenne, venne assegnato al 4° Reggimento alpini. Nei pressi di Malga Caprara un colpo di fucile nemico lo ferì gravemente: nonostante il dolore ed il meteo impervio, il giovane non si perse d’animo e continuò a combattere come un leone.

Diventato comandante del Battaglione Monte Granero difese arduamente il Monte Tomba fino alla fine delle ostilità nel 1918. Dopo la guerra, Paolo Signorini resterà ancora all’interno delle forze militari venendo promosso, nel 1926, maggiore ottenendo, in seguito, il comando del Battaglione L’Aquila.

La morte con la Tridentina

La Tridentina era una delle divisioni più famose dell’esercito per l’abilità dei suoi membri di combattere in montagna. Paolo Signorini venne inquadrato all’interno di questa brigata e si distinse per il coraggio dimostrato in molte offensive in Albania. Questo “palmares” gli garantì la partenza per la Russia.

La storia di Signorini si chiude il 1° febbraio 1943 sul Don, nei pressi di Sebekino, una cittadina limitrofa all’attuale confino ucraino. I motivi della morte sono stati registrati e riportati sulla medaglia d’oro conferitagli: “Comandante di reggimento alpini da lui forgiato in validissimo strumento di guerra, aveva trasfuso nei suoi uomini il proprio indomito spirito guerriero. Durante sette mesi di cruente e vittoriose azioni sul fronte del Don, senza concedere mai sosta al proprio appassionato lavoro, superando difficoltà eccezionali di ambiente e clima, sempre presente fra i suoi alpini ove più grave era il rischio, stroncava i ripetuti ostinati ed irruenti attacchi del nemico infliggendogli gravissime perdite, in 15 giorni di durissimi estenuanti combattimenti, che portavano alla rottura dell’accerchiamento nemico, sempre in testa ai suoi ferrei battaglioni là dove la sua presenza era necessaria, contro un avversario reso baldanzoso da successi iniziali e di gran lunga più forte per uomini e mezzi corazzati, in undici successivi attacchi, incurante del pericolo, della fatica, delle privazioni, portava, trascinando/i con l’esempio animatore, i suoi alpini di vittoria in vittoria. Figura leggendaria di comandante cadeva riassumendo in sé l’eroismo, la generosità dei suoi alpini, quando già l’ala della vittoria aveva lambito la bandiera gloriosa del suo reggimento”.

Tommaso Lunardi

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