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Roma, 23 gen – E’ di oggi la decisione del Garante della privacy di bloccare TikTok in Italia. Il popolare (soprattutto tra i più giovani e giovanissimi) social network è stato il principale vettore di una challenge che ha portato a Palermo alla morte di una bimba di 10 anni e adesso le autorità corrono ai ripari circa la tutela dei più giovani su queste piattaforme. Ma purtroppo il caso della bimba palermitana non è il primo e presumibilmente nemmeno l’ultimo. Nel 2021 abbiamo molto chiaro cosa significhi “morire” di social.



La Blackout Challenge e la morte di Antonella, 10 anni

Una challenge social è costata la vita alla piccola Antonella Sicomero, morta soffocata dopo una sfida su TikTok. La sfida social si chiama Blackout challenge, Pass-out challenge, o Scarf Game, oppure chocking game: lo scopo di questo è quello di scoprire gli effetti di una momentanea  privazione di ossigeno. Ora sia la Procura ordinaria che quella dei minorenni di Palermo indagano per istigazione al suicidio. Si stanno compiendo accertamenti tecnici sul cellulare della bambina, in modo da ricostruire i suoi contatti e anche capire se al momento della challenge si stesse filmando. Secondo PalermoToday, la piccola di appena 10 anni, avrebbe avuto un profilo su Facebook o più di uno. Girava video poi pubblicati dove spiegava come truccarsi e mostra mascara e ombretti. Dai filmati si evince che la bambina è in bagno (dove una delle sorelline mercoledì sera l’ha trovata esanime con una cintura al collo). Parla a bassissima voce, Antonella, forse per non farsi sentire  dalla famiglia. Aveva quindi molta dimestichezza con smartphone e social nonostante la giovane età.

Black Brain

Le altre morti italiane per la stessa sfida

Già nel 2018, a Tivoli, vicino Roma, un quattordicenne ha perso la vita per la medesima challenge: il ragazzo è stato trovato impiccato dal padre in bagno con un cavo della Playstation. Stando a quanto riporta Il Gazzettino, secondo gli inquirenti, anche lui sarebbe stato vittima della stessa challenge che ha ucciso Antonella: l’ipotesi è suffragata anche dalla testimonianza del padre del ragazzo, secondo il quale il il figlio, qualche giorno prima della morte, gli aveva mostrato un video sul  blackout game. Sempre nel 2018, ma a Milano, il coetaneo Igor Maj ha perso la vita per la stessa challenge. Per la sua morte fu accusato un 26enne indiano che aveva caricato su YouTube un video-compilation su cinque sfide “pericolosissime”, ma l’accusa nei suoi confronti di istigazione al suicidio è stata archiviata. Secondo quanto riportato dall’Ansa, la Procura di Milano e i pm che non hanno ravvisato nella sua condotta del  responsabilità penali in relazione alla tragica morte dell’adolescente.

Jonathan Galindo e la morte di un undicenne a Napoli

Appena a settembre, invece, un bimbo di 11 anni si è lanciato nel vuoto presumibilmente per colpa di un’altra challenge collegata ad un personaggio inquietante dal nome Jonathan Galindo. Secondo Il Mattino, la Procura dei minori di Napoli ha aperto un fascicolo a settembre e sequestrato il cellulare del bimbo nonché una consolle in grado di collegarsi ad internet. La challenge in cui era incappato il piccolo napoletano si “innesca” tramite una richiesta di amicizia da profili che rispondono al nome di Jonathan Galindo. A tale richiesta segue un messaggio privato, ove viene inviato un link che propone di entrare in un gioco. Il gioco prevede un susseguirsi di sfide e “prove di coraggio” che sfociano sovente nell’autolesionismo. Il bimbo prima di gettarsi nel vuoto avrebbe lasciato un biglietto di scuse alla mamma: “Mamma, papà vi amo ma devo seguire l’uomo col cappuccio”. Si contano decine di profili che rispondono al nome Jonathan Galindo.

La Skullbreaker challenge, sfida “spaccaossa”

Spopola, sempre nel 2020, anche la Skullbreaker Challenge, sfida social in cui la vittima è invitata a saltare in mezzo a due mentre un terzo riprende con il telefonino ma al momento del salto le si fa un sgambetto per farla cadere. In provincia di Bergamo un ragazzo di 14 anni è stato ricoverato in ospedale: ha riportato una lesione alla cervicale con 20 giorni di prognosi. Sul caso stava indagando, secondo RaiNews, la Questura di Bergamo, su denuncia i genitori. Tre dei suoi amici sono stati segnalati alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Brescia. Anche la Polizia postale sul suo sito web ha parlato della challenge: “Si tratta di un comportamento sbagliato e molto pericoloso”. La challenge è molto diffusa anche negli Usa e negli stati del Sud America. In Honduras, nelle Filippine e in Brasile si indaga sulla morte di alcuni ragazzi causata dalla sfida.

La Benadryl challenge e i “sondaggi” sul suicidio

Ma il fenomeno, come ogni cosa connessa ai social,  è ovviamente globale. Quest’anno sui social network è andata anche di “moda” la Benadryl Challenge, una sfida ad assumere un  farmaco antistaminico che in grandi quantità provoca allucinazioni. Così è morta la 15enne Chloe Phillips di Oklahoma City (Usa). Chloe è andata in overdose: il benadryl ha forti effetti collaterali in caso di dosaggi eccessivi. Nel 2019, in Malesia, un’adolescente che si è gettata dal tetto di un edificio dopo aver organizzato un sondaggio su Instagram in cui chiedeva ai suoi follower se avesse dovuto continuare a vivere oppure no. Il 69% degli intervistati avrebbe  votato per il suicidio. Ramkarpal Singh, avvocato e deputato nello stato nord-occidentale di Penang, coloro che hanno votato per la morte potrebbero essere perseguiti per istigazione al suicidio: “La ragazza sarebbe ancora viva se la maggior parte dei follower non l’avesse incoraggiata a togliersi la vita? Avrebbe ascoltato il consiglio degli utenti, cercando l’aiuto di un professionista?”, si è chiesto l’uomo.

La censura web e le nuove sfide

In conclusione, sembra che i social siano ormai sempre più di frequente veicolo per pericolose e se vogliamo stupide sfide/challenge che mettono in pericolo non solo l’incolumità di ragazzi più maturi, come i teenager, ma ormai anche di bambini ancora più piccoli, addirittura di 10 anni. In questo articolo ne sono state nominate solo alcune, le più recenti, ma in realtà sono anni che l’allarme è scattato su questi fenomeni (basti pensare al fenomeno – purtroppo “pompato” a sproposito da alcuni – della Blue Whale) sebbene non sembri essere ancora valutato come una emergenza. Per la generazione dei trentenni la televisione, con i video musicali e i cartoni,è stato spesso detto che non poteva e non doveva sostituire una figura educativa. Lo stesso andrebbe detto dei social. Piattaforme costantemente sorvegliate relativamente a contenuti considerati razzisti, omofobi o discriminanti, velocemente censurati o rimossi, sono quotidianamente veicolo di inganni pericolosi per i più piccoli. Un’altra inquietante presa di terreno fatta nelle nostre vite reali da parte del mondo virtuale, scarsamente normato e con i confini in espansione.

Ilaria Paoletti

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