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Roma, 1 mar – Nulla a che fare con nichilismi salottieri alla Cioran. Per Gottfried Benn vale la fulminante definizione di Walter Benjamin: nichilismo medico. E’ lo sguardo da anatomopatologo, freddo, da vivisettore (ma privo di cinico compiacimento), che coglie la mancanza di tenuta dei corpi, la loro radicale fragilità. Non a caso, nel giudizio benjaminiano, è Céline a far compagnia a Benn. Ed ovviamente è il Benn di Morgue ad essere chiamato in causa.

Ma già nel 1913 Benn comincia a percorrere nuove strade (si leggano i versi di “Alaska”, “Madonna”, “Canti”). Lo sfacelo dei corpi, la corrosione della carne, conducono adesso a una regressione, a un inabissamento nella sostanza elementare, a un allontanamento dall’uomo cerebrale del quaternario, per ritrovare quasi un abbraccio estatico e vitalistico con la natura, per affondare in un mondo ‘materno’, ctonio, orfico, dionisiaco.

E’ una fase che attraversa buona parte della produzione benniana; ad esempio, sono i versi di “Flutto ebbro” ad aprire  l’omonima raccolta poetica del ‘49, che contiene pure i fondamentali versi di “Regressivo” (che è del ’27), anche se poi l’opera si chiude con la lirica “Epilogo”, il cui primo verso è “crollano i flutti ebbri”.

«L’universo dorico»

In ogni caso è indubbio che gli anni Trenta segnano comunque una rottura. Benn s’avvede che il ritorno alle origini è sbarrato e allora dà inizio alla Phase II, il durissimo mondo della forma, dell’arte assoluta. Risale a questo periodo la sua adesione al nazionalsocialismo, testimoniata da interviste, interventi radiofonici e soprattutto saggi, tra i quali spicca uno scritto del ’34 di straordinaria qualità letteraria, Dorische Welt, pubblicato l’anno scorso in versione italiana, con testo originale a fronte e postfazione di Francesco Ingravalle, dalle Edizioni di Ar col titolo di L’universo dorico (106pp, 12€). Un testo che ha come chiave d’accesso un sottotitolo rivelatore: “Una cerca delle relazioni tra la potenza e l’arte”.

Posto sotto l’ala ispiratrice di Nietzsche e Burckhardt, lo scritto benniano rovescia la prospettiva dell’epoca liberale che “non sapeva vedere la potenza” e quindi interpretava Sparta come un “intralcio per l’Ellade”. Al contrario, bisogna riconoscere “proprio nella potenza e nell’arte, strettamente congiunte, le due forze grandiose, ‘semplici’ e spontanee, della comunità antico-classica”.

Saranno proprio i Dori a insegnare che l’arte è frutto della potenza. Da loro viene la statuaria, e poi “l’armonia dorica, l’alta poesia corale, le danze, lo stile architettonico, la severa disciplina militare, la nudità integrale del lottatore e la ginnastica elevata a principio”. Insomma, Sparta come “cellula germinale dello spirito ellenico”. Ma tutto ciò non è per Benn un mero relitto del passato, un’anticaglia erudita. “Assolutamente no! L’antichità classica è a pochissima distanza da noi, ferve dentro di noi”. E la sua imperitura lezione sarà: “lo Stato, la potenza, purga e purifica l’individuo…lo fa capace d’arte”. Ma quale arte? Quella filistea, mercificata, intrattenitrice, svirilizzata, accomodante? No. “L’arte assoluta, la forma”. Che una volta è esistita lì, “nel campo di Marte sulla sponda destra dell’Eurota”.

Giovanni Damiano