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Roma, 24 mag – Uno dei limiti maggiori della cultura non conformista italiana sta nella difficoltà di tenere insieme mitopoiesi e “scavo analitico”. In altre parole, una idea-forza, un “mito politico”, non vengono quasi mai accompagnati da studi rigorosi in grado di dargli sostanza storica concreta, ovviamente prescindendo dall’ulteriore, fondamentale problema di come si possa poi tradurli sul piano della prassi prettamente politica. Si rimane insomma sul terreno delle suggestioni, della fascinazione, della mobilitazione emotiva, senza però andare oltre.

Di qui, l’impressione fortissima di trovarsi di fronte a dei miti e a dei simboli dal grande potere seduttivo, privi però di contenuto concreto, e pertanto, per riprendere un vecchio termine polemico ma non privo di efficacia “cognitiva”, incapacitanti, prima ancora che in termini politici, già in quelli culturali, che è poi la preoccupazione centrale di questa breve recensione. Al riguardo, caso particolarmente imbarazzante di questi giorni è quello del sovranismo, dato addirittura per morto senza che ne sia stata ancora tentata una rigorosa ricognizione storico-analitica (ma almeno qui il futuro prossimo fa ben sperare).

Discorso pressoché identico può essere fatto per molti grandi nomi che l’area non conformista ha elevato a propri numina, per il loro straordinario potere evocativo e per il peso culturale che hanno conquistato. All’utilizzo continuativo di questi nomi, quasi come se si recitasse un mantra, molto raramente hanno fatto seguito studi di alto livello. Esempio emblematico quello di Friedrich Nietzsche: nome onnipresente, immancabilmente inserito nelle liste dei numina pronte all’uso per respingere le accuse di rozzezza culturale, ma in pratica mai studiato sul serio, se si eccettuano i fondamentali scritti di Giorgio Locchi e i meritori lavori di Francesco Ingravalle per le Edizioni di Ar.

Nietzsche politico

E proprio di Ingravalle le Ar hanno recentissimamente dato alle stampe l’opera Friedrich Nietzsche politico. Lo Stato nella prospettiva del “radicalismo aristocratico”, che rappresenta, incredibile a dirsi, la prima ricognizione scientifica dedicata da quest’ambiente al lato appunto politico del pensiero del filosofo di Röcken, trattandosi di una ricerca non viziata da presupposti ideologici, né piegata a risultati prestabiliti, né centrata sui soli argomenti ad hoc.

La ricerca di Ingravalle vuole recuperare l’importanza del problema dello Stato in Nietzsche, mettendone in evidenza il suo costituire “un nodo strategico del pensiero del filosofo” (p. 16), da collegare con la diagnosi, “certo incomune all’epoca” (p. 15), del “tramonto dello Stato-nazione europeo, conseguente al dischiudersi degli spazi continentali della große Politik” (p. 15). In sintesi, emerge qui sia l’idea-forza di Nietzsche della grande politica (da esercitare su scala continentale), sia il ruolo indubbiamente secondario dello Stato, destinato alla scomparsa, o, nel migliore dei casi, ridotto ad essere un mero strumento (p. 15) in vista delle prospettive aperte dalla grande politica e da quella che ben si potrebbe definire la rivoluzione antropologica prefigurata e vaticinata da Nietzsche.

Quando infatti Ingravalle passa in rassegna i vari volti dell’umanità superiore nietzscheana (vale a dire l’umano senza umanesimo), corrispondenti al “genio artistico”, allo “spirito libero” e all’“uomo superiore” (p. 16), indica nello Stato appunto il mezzo, lo strumento atto a enucleare dalla massa questi tipi umani, che ne rappresentano il fine supremo, mentre i materiali utilizzati dal filosofo tedesco per costruire la sua concezione statualistica, e che rivestono un’importanza differente a seconda delle diverse fasi del suo pensiero, sono “la città-Stato greca, il principato rinascimentale italiano (visto con gli occhi di Niccolò Machiavelli e di Jakob Burckhardt) e infine l’impero romano. Con questi paradigmi istituzionali s’intrecciano modelli teorici come quello hobbesiano mediatogli da Schopenhauer, quello “negativo” hegeliano, “letto” attraverso Schopenhauer, quello positivistico, mediatogli, in ampia misura, da P. Rée” (p. 17), fermo restando, ovviamente, che “l’intero arco della riflessione nietzscheana sullo Stato ha come termine di confronto il Reich bismarckiano” (p. 17).

A queste riflessioni preliminari, seguono tre densi capitoli, deputati  a ricostruire le distinte tappe del pensiero di Nietzsche sullo Stato. Il primo, intitolato “Lo Stato e la cultura (1866-1874)”, è centrato sulla figura del “genio artistico” e sulla ricerca di una “rinascita tedesca del mondo ellenico” (p. 34), di una Germania ellenica i cui grandi modelli di riferimento sono Schopenhauer, Wagner, Bismarck e soprattutto la talassocrazia ateniese, la vera “idea regolativa di ciò che il Secondo Reich deve diventare” (p. 34). Il capitolo successivo, “Lo spirito libero, la crisi dello Stato-nazione e l’idea di Europa (1877-1882)”, registra al contrario la disillusione intervenuta in Nietzsche sulle potenzialità del Reich bismarckiano, ora “assolutamente inidoneo” a selezionare “l’individualità forte” (p. 54), che a quest’altezza di tempo non è più “incarnata” nella “metafisica del genio” ma nello spirito libero che guarda non allo Stato-nazione ma alla più grande patria europea. Il terzo capitolo, ovvero “L’uomo superiore, la Grosse Politik e lo Stato (1883-1888)”, analizza la comparsa, negli appunti postumi risalenti al biennio 1884-1885, della tematica della grande politica, che non verrà più meno sino alla fine, collegata all’idea di uno Stato continentale europeo modellato sull’impero romano (p. 74) e ovviamente a quella dell’“uomo superiore”.

Una dottrina cesaristica

Chiude il lavoro di Ingravalle un capitolo che sin dal titolo s’interroga sulla possibile presenza di una “dottrina cesaristica dello Stato” (p. 77) in Nietzsche, dottrina che, pur rinnovando la “costante avversione ai precetti ideologici della rivoluzione francese” (p. 77) che attraversa tutta l’opera nietzscheana, non è declinabile nel senso della legittimazione trascendente o sacrale e nemmeno in quello, burkeano, di continuità storica, quanto piuttosto, seppur “in modo critico”, nei termini della fedeltà agli “Idealbilder cesariano, napoleonico, bismarckiano” (p. 78). Insomma, ancora una volta lo Stato è messo al servizio delle figure “cesaristiche”, le uniche capaci di “piegarlo” ai fini della grande politica europea.

Ovviamente anche il libro di Ingravalle potrà essere utilizzato per avere facili conferme delle proprie “fissazioni” ideologiche, oppure potrà essere valorizzato per la sua fondamentale lezione metodologica, certo ben più faticosa e meno appagante nell’immediato, e tra l’altro aggravata dal rischio supplementare di veder evaporare le proprie “granitiche” certezze se venisse, tale lezione, davvero appresa e fatta propria, ma in compenso tanto più proficua dal punto di vista conoscitivo.

Giovanni Damiano

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