Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 28 giu – È ormai evidente in questo periodo di pandemia, di conseguente quarantena – proungata quasi in via indefinita – come si sia posti a pensare esclusivamente a problemi di carattere sanitario. Una situazione spesso ingigantita e della cui natura si conosce poco, oscuro è il suo vero impatto.

Le notizie diffondono sin dai titoli un continuo senso di precarietà costruito ad hoc con una parte rassicurante e con l’altra no ponendoci in uno stato che potremmo definire quasi di terrore a corrente alternata. Ecco dunque che si mostra necessaria un’analisi della situazione da un punto di vista differente, che vada oltre l’attualità.

Rivoluzione francese e sanità pubblica

La Rivoluzione francese segna un forte cambiamento nella concezione dello Stato, anche dal punto di vista sanitario. Questo prima del 1789 era concepito in una maniera totalmente differente.

È da evidenziare il ruolo da protagoniste delle corporazioni, che vennero abolite da una specifica legge in Francia varata nel 1791. Le corporazioni erano unioni sociali basate sull’unione e auto-organizzazione di individui accomunati da censo e categoria professionale. Queste avevano nei loro fondamenti i cosiddetti corpi intermedi naturali della società, come la famiglia e la parrocchia, che sanciva l’unione nella fede oltre il materialismo terreno.

Ogni corporazione poteva far costruire ospedali, che venivano finanziati a sue spese, occupandosi anche del decoro chiamando i migliori artisti. Si può ricordare anche il ruolo delle suore nella cura dei malati che assurgevano anche alla funzione infermieristica nei lazzaretti o negli stessi conventi. Le corporazioni, da un punto di vista ideale, rappresentavano una visione sussidiaria e organicistica della società che dava importanza anche alla metafisica come parte integrante della stessa.

Con la Rivoluzione francese si sancisce perciò quel transito dallo stato corporativo a quello burocratico e assistenziale con una conseguente perdita di importanza del corpo sociale in favore di un potere violento come fu quello del Terrore giacobino.

In nome della Ragione

Dopo la rivoluzione si afferma il principio della Ragione che guida lo Stato, il quale in virtù di questa non può fallire. Questa idea della Ragione è di matrice illuministica, dunque di stampo calcolante, scientista e anti-metafisico. Viene perciò ad affermarsi in maniera crescente il mito del progresso che ha trovato origine in un’altra rivoluzione, quella scientifica del seicento, e che oggi ancora ci accompagna in declinazioni differenti.

Di qui l’elogio tipico della vulgata progressista dello Stato liberale che – e lo stiamo vedendo – tende sempre più a mostrare una vocazione totalitaria perché vuole superare il senso del limite, in una visione della realtà che si basa sull’eterno presente, che sancirebbe il miglior mondo possibile garante di benessere assoluto.

Filippo Mercuri

2 Commenti

  1. Una volta si rischiava la vita per la libertà.
    Ora si rischia di perdere la libertà per la paura di non perdere la vita.

Commenta