Roma, 17 dic – Al di là di piccole differenze temporali, la fine dell’anno solare ruota attorno al fenomeno astronomico del solstizio d’inverno. Ossia il punto in cui la luce vitale dopo un lento processo di declino torna a risplendere. Se la sua celebrazione nel terzo millennio converge idealmente con il giorno di Natale, nell’Antica Roma si estendeva in una settimana abbondante che dai Saturnalia – il cui principio era proprio il 17 dicembre – arrivava fino al Dies Natalis Solis Invicti. Il Sole Invitto in particolare era festeggiato dai nostri avi proprio nella data che da due millenni a questa parte ricorda convenzionalmente la nascita del figlio di Dio.

Saturnia Tellus: l’età dell’oro

La religione cristiana ha in tal senso attinto dal primigenio culto solare. Come sosteneva Plutarco, è l’uomo (radicato in un determinato contesto, aggiunge chi scrive) a creare gli dèi. Ciò non nega – anzi rafforza – l’esistenza del divino, di una realtà superiore che può divenire tangibile solo attraverso il primo passo, ossia l’esperienza interiore. La stessa Roma è innanzitutto un patto tra cielo e terra, l’Italia un luogo sacro e privilegiato grazie all’incontro con Saturno.

Il cui nome deriva da serere, ossia seminare. Le genti italiche d’altronde si sono da sempre educate in uno sforzo continuo, ciclico verso un suolo fecondo solo se nobilitato dal duro lavoro. In antichità ad aprire queste importanti festività era infatti il fondatore dell’agricoltura, sovrano primordiale della penisola. Secondo il mito si rifugiò nel Lazio per scampare all’ira del figlio Giove. Qui l’incontro con Giano e lo stanziamento sulla sinistra del Tevere, nei pressi del Campidoglio. La famosa Saturnia Tellus il cui nome, per Virgilio, riporta all’età dell’oro. Un’era di abbondanza contraddistinta dall’assenza di guerre, fatiche e sofferenze. L’evocazione quindi di un passaggio da un’età aspra, quasi ferina a un nuovo periodo di prosperità.

Il Sole Invitto

Sarà Roma, fondata dai discendenti di Enea, a sintetizzare quella “rozzezza” campestre con “l’eccesso” di civiltà troiano. E a dare il via, proprio come fa il sole, a un nuovo luminoso – e per secoli invincibile – ciclo italiano, mediterraneo ed europeo.

Ma torniamo a dicembre. Mese del riposo agricolo in cui si chiedeva a Saturno la protezione del seminato, in attesa della rinascita naturale sancita dalla vittoria della nostra stella madre sulle tenebre. Se il 21 è il momento della sincronia astrale, nell’odierno Natale la forza solare si materializza attraverso le giornate che iniziano ad allungarsi. Fasi di transito, sanciscono una fine e annunciano un inizio. Momenti che innanzitutto richiedono il confronto più importante. Quello con sé stessi.

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Una prospettiva differente

L’eterno ritorno ci prepara al futuro in mezzo a simboli impassibili allo scorrere del tempo. Su tutti l’immagine del fuoco, in questo particolare periodo dell’anno interpretato dal calore del focolare domestico, luogo di ciclica riproduzione biologica, valoriale e culturale. Ma anche i sempreverdi che nelle settimane dicembrine illuminano le nostre abitazioni sono una rappresentazione dell’albero della vita animato di nuova forza.

Nella moderna versione edulcorata della festività natalizia (che pertanto affonda le radici fino alla notte dei tempi) ci viene retoricamente imposto di “essere più buoni”. Un modo abbastanza semplicistico di prepararsi alla novità lavandosi frettolosamente la coscienza. Sappiamo però che le giornate in cui tutto sembra fermarsi esigono qualcosa di più profondo.

Nella spirale – sempre uguale e sempre diversa – dove muove incessanti i suoi passi il divenire storico la vittoria del sole tornerà a scaldare gli animi intorpiditi. Un lento progredire non per restaurare qualcosa, ma per cercare inedite sfide. E’ l’esempio del contadino etrusco, dell’eroe viaggiatore e del guerriero romano: il Natale, visto da questa prospettiva, ci chiede “solo” di essere uomini migliori.

Marco Battistini

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