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Roma, 20 ott – La “manovra del cambiamento” continua la sua marcia, senza modifiche o cambi di rotta significativi. Il governo gialloverde non ha ceduto alle pressioni e alle minacce dei mercati e dell’organismo che alacremente ne cura gli interessi (vale a dire l’Unione Europea) ed ha approvato il Def in Consiglio dei Ministri. Senza dubbio, rispetto alle manovre partorite negli ultimi anni dai globalisti euroinomani, all’insegna dell’austerità, degli aiuti alle banche e della cieca obbedienza ai dettami dell’Ue, si tratta di un testo cui guardare con discreta fiducia. È infatti una manovra del popolo ed una manovra per il popolo, coerente con gli obbiettivi indicati da Lega e Cinque Stelle nel contratto di governo firmato in maggio. Ci sono pensioni e reddito di cittadinanza, c’è la flat tax per partite Iva e piccole imprese, il superamento della legge Fornero con l’introduzione della quota 100, c’è il risarcimento per le vittime delle crisi bancarie, un rilancio degli investimenti pubblici, un piano di assunzioni straordinario per poliziotti, magistrati e personale amministrativo, il taglio alle pensioni d’oro e molto altro.
A far discutere, tuttavia, è il fatto che gran parte della manovra economica sia stata finanziata in deficit. Sia chiaro: il problema non è il ricorso al deficit in sé, né tantomeno la sua entità, quanto il fine in vista del quale si è ricorso ad esso. Dando uno sguardo ai numeri della manovra, è chiaro che il provvedimento più importante per la crescita del paese è stato individuato nel cosiddetto reddito di cittadinanza, vero cavallo di battaglia del M5S fin dai primordi della sua storia politica. Alla flat tax, tema cardine del programma elettorale della Lega e di tutto il centrodestra, che non sarà nient’altro che un’estensione delle soglie minime del regime forfettario fino a 65.000 euro, è stata destinata una cifra inferiore al miliardo; per la riforma dei centri per l’impiego e l’introduzione del reddito di cittadinanza lo stanziamento è ingentissimo e tocca i dieci miliardi di euro. La domanda è: ma ne valeva davvero la pena?.
Anzitutto, quello proposto dal M5S non è affatto un reddito di cittadinanza. L’etichetta pentastellata è artatamente antifrastica. Un reddito di cittadinanza, infatti, per definizione, è un reddito garantito indiscriminatamente a tutti i cittadini di uno Stato per il fatto stesso di essere cittadini. È cosa dunque ben diversa dalla proposta grillina, che si traduce esclusivamente in uno strumento di sostegno al reddito. Si tratta, insomma, di un reddito minimo garantito: l’ammontare massimo dell’erogazione, pari a €780 mensili, «è stabilita in base alla soglia di povertà relativa calcolata sulla base del 60% del reddito mediano equivalente pro capite, calcolata sulla base dei parametri europei che definiscono la condizione di rischio di povertà» (così si legge nel programma elettorale del Movimento).
Il problema – è evidente – non sta nell’ingannevole etichetta applicata alla misura, quanto in un difetto congenito, che rischia di gettare il beneficiario in una sorta di ‘trappola della povertà’. Un cittadino disoccupato percepirà infatti un ‘reddito’ minimo pari a €780, non diversamente da chi, con un contratto da €600 mensili, riceverà una sola integrazione pari a €180. Insomma, per ogni euro in più guadagnato col sudore della fronte, ve ne sarà uno in meno dal contributo del RdC. Può essere forse questo un incentivo al lavoro?
In secondo luogo, occorre considerare lo stretto rapporto che intercorre tra l’introduzione del reddito di cittadinanza e la riforma dei centri per l’impiego. Il RdC si configura infatti, nei propositi grillini, non solo come una forma di assistenzialismo statale, ma anche come «una misura attiva rivolta al cittadino al fine di reinserirlo nella vita sociale e lavorativa del paese». Tramite di questo reinserimento sarebbero appunto i rinnovati centri per l’impiego, che dovrebbero prevedere percorsi formativi vincolanti per i beneficiari e sottoporre a questi ultimi un numero massimo di tre offerte di lavoro, rifiutate le quali si perderebbe il diritto al beneficio.
Due le questioni poste da questo sistema. In primo luogo: ma se il modello cui sarà ispirata la riforma dei centri per l’impiego gode della piena fiducia da parte del M5S, perché non impegnare unicamente i due miliardi di euro richiesti per tale intervento, risparmiando ben otto miliardi che potevano essere destinati ad altro, per esempio ad una forte riduzione del cuneo fiscale per le imprese, o magari a un vasto programma di investimenti pubblici? Insomma, se si ritiene che il nuovo paradigma funzioni e che produca concretamente formazione e offerte di lavoro per tanti milioni di italiani in condizione di povertà, perché non si è agito, per quanto concerne il sostegno assistenziale alle fasce più indigenti, potenziando uno strumento già esistente, il Reddito di Inclusione, senza eccessivi sperperi per le casse dell’erario? La seconda questione è ancor più seria: da dove proverrebbero le offerte di lavoro necessarie a eliminare la povertà per milioni di italiani, che avranno peraltro la possibilità di rifiutarne ben due? Un percorso di reinserimento nella vita sociale e lavorativa del paese richiede – è evidente – una fase intermedia tra la riforma dei centri per l’impiego e la eventuale erogazione di un sussidio, ossia la creazione di condizioni favorevoli alle imprese perché queste siano in grado di assumere, garantendo un salario dignitoso a ciascuno. La via è una e una soltanto: la riduzione del cuneo fiscale per le imprese, piccole medie e grandi. Di questo, nella “manovra del cambiamento”, vi è solo una minima, impercettibile traccia.
Giuseppe Scialabba

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2 Commenti

  1. L’equivoco che i liberalprogressisti e i conservatori (ma anche, mi duole dirlo, l’orgogliosamente comunista Marco Rizzo che insiste con l’utopistico motto “lavorare meno, lavorare tutti”) continuano a fare a proposito del cosiddetto “reddito di cittadinanza” (virgolette d’obbligo giacchè non si tratta della sua versione più pura, quella teoricamente indirizzata all'”euflazione”) è che la misura approvata dal governo è una semplice (ma rivoluzionaria, vista l’eccezionalità della congiuntura economica) inversione temporanea dell’onere della ricerca del lavoro che dal disoccupato (“choosy” o meno che sia, non ha alcuna importanza) spetterà agli enti locali tramite i centri per l’impiego e le agenzie interinali, di modo che per un paio d’anni (ma si spera di meno, con l’obbligo della formazione e l’aumento dei controlli sulle false dichiarazioni) si garantisca la sopravvivenza e un minimo di serenità sociale per qualche centinaio di migliaia di persone che si trovano al di sotto della soglia della povertà.
    Come si può ideologicamente ma anche pragmaticamente dichiararsi quindi contro questa cristallina interpretazione di quanto deliberato dall’esecutivo ai fini di redistribuzione (qualcosa di prettamente socialista rinnegato da tutti quelli che si professano “di sinistra” e che è toccato istituire – chi l’avrebbe detto? – da Lega e M5S)?
    Il lavoro arriverà e verrà posto un piccolo argine al mercatismo, per usare un’espressione tremontiana, ben venga dunque!

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