L’euro non ha uno, bensì due compleanni. Il primo è quello del 1° gennaio 1999, quando la moneta unica debutta sui mercati. Il secondo, tre anni dopo: il 1° gennaio del 2002 la valuta diviene corrente, entrando come moneta «fisica» nel portafogli dei cittadini di dodici nazioni (successivamente diventate 19). Tra esse anche l’Italia che, insieme alla Grecia, è forse l’esempio più notevole di cosa non funziona in una divisa comune imposta su economie diverse per struttura, fondamentali economici e, soprattutto, in assenza di politiche fiscali e di bilancio uniche. Abbiamo scelto di «celebrare» i due decenni di definitiva perdita di sovranità monetaria della nostra nazione – percorso iniziato nel 1981 con il «divorzio» tra ministero del Tesoro e Banca d’Italia – con cinque grafici, ciascuno dei quali basterebbe da solo a raccontare che non esiste alcun «dividendo dell’euro». Al contrario, siamo noi ad aver pagato dazio.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di gennaio 2022

Il fallimento dell’euro in 5 grafici

Non c’è bisogno di tornare al trentennio glorioso: negli anni Novanta la nostra crescita si collocava in media al di sopra del +1,5% annuo. Con l’ingresso nel terzo millennio (e nella moneta unica) abbiamo invece inanellato una serie di risultati negativi. Tra essi due recessioni a strettissimo giro di posta: la prima (per quanto globale) nel 2008/2009 e la seconda nel 2012/2013, quest’ultima diretta conseguenza delle misure di austerità imposte dal governo Monti, non per «salvare» l’Italia ma la sua permanenza nel consesso governato dalla Bce. A confronto: nei quarant’anni precedenti, eravamo finiti in recessione solo in due anni (1975 e 1993), peraltro recuperando poi immediatamente.

Una moneta sopravvalutata da un lato danneggia le esportazioni, dall’altro rende più conveniente comprare all’estero che produrre «in casa». Il risultato è che la produzione industriale, più che essere tale, si trasforma in un indicatore della deindustrializzazione galoppante. Ferma praticamente da inizio millennio, al 2019 era tornata ai livelli del 1993 (per non dire di fine anni Ottanta).

Le conseguenze della fissazione del cambio di cui si è detto sono apprezzabili anche nell’andamento della dinamica import-export. Prima tendenzialmente «sonnacchiosa» tra periodi di surplus e deficit, dopo i massimi raggiunti a seguito della svalutazione del 1992, con il progressivo allineamento del cambio la bilancia commerciale inizia un percorso di continua e progressiva discesa, che la porta in territorio permanentemente negativo. Il cambio di segno si verifica solo a partire dal 2012: non perché diventiamo in qualche modo più «virtuosi», ma perché la compressione della domanda interna operata dal già citato governo Monti – e pressoché confermata dagli esecutivi successivi – riduce…

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

  1. In sostanza, se ti senti bene in contesto micro ti fan diventare povero in contesto macro. Bocconiani di merda!

Commenta