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fiat_auto_poloniaRoma, 11 apr – Sono parole destinate a far discutere quelle pronunciate da Federica Guidi, intervenuta nella giornata di mercoledì alla trasmissione “2Next” di Rai Radio 2. In merito alla questione Fiat, il ministro dello Sviluppo si è infatti espressa in questi termini: «Fiat è un’azienda privata e può fare quello che vuole», specificando poi: «Non voglio fare il difensore di nessuno, ma rispetto agli anni ’80 è un’altra azienda, ha fatto investimenti».



Una posizione curiosa, se si pensa alla “scommessa” lanciata da Matteo Renzi solo pochi mesi fa, quando aveva affermato: «Io sto dalla parte di Marchionne, dalla parte di chi sta investendo sul futuro delle aziende, quando tutte le aziende chiudono, e’ un momento in cui bisogna cercare di tenere aperte le fabbriche». Che la Fiat abbia investito è fuori dubbio. Che l’abbia fatto -ed in che termini- in Italia è altra questione. Certo, l’azienda di Torino (con sede legale ad Amsterdam e domicilio fiscale a Londra) non è più quella degli anni ottanta: nuovi modelli, nuove politiche industriali. Niente più contributi a fondo perduto da parte dello Stato, anche se i 7 miliardi -calcolati peraltro al ribasso- di aiuti fra diretti ed indiretti stimati dalla Cgia di Mestre sono ancora lì. Rimangono invece le ore di cassa integrazione autorizzate, i ricatti contrattuali portati avanti dall’amministratore delegato così come le produzioni spostate all’estero all’eterna ricerca di salari da terzo mondo. D’altronde, lo stesso ministro, la cui famiglia è titolare della Ducati Energia, non è estranea alla pratica delle delocalizzazioni.

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Vero è poi che la Fiat gode, in quanto impresa di diritto privato, di ampia autonomia in termini di organizzazione aziendale. Il ruolo del governo -e segnatamente del titolare al dicastero dello Sviluppo- dovrebbe tuttavia essere quello di incentivare ad investire in Italia, tenuto anche conto della strategia europea che mira a riportare entro il 2020 la quota del settore manifatturiero ad almeno il 20% del Pil. Senza considerare poi quelle che sono norme di natura imperativa che limitano la discrezionalità privata in funzione di tutela collettiva. A partire dall’articolo 41 della Costituzione: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale […]”; per passare poi al codice civile, che all’articolo 838 recita: “[…]quando il proprietario abbandona la conservazione, la coltivazione o l’esercizio di beni che interessano la produzione nazionale, in modo da nuocere gravemente alle esigenze della produzione stessa, può farsi luogo all’espropriazione dei beni da parte dell’autorità amministrativa […]”, secondo una ratio di espropriazione non infondata ma basata sul cattivo uso di un bene e del danno che questo può arrecare all’interesse nazionale.

Disposizioni rimaste nel tempo lettera morta, a mostrare una sudditanza, se non addirittura accondiscendenza da parte di tutti i governi succedutisi, nei confronti della prima famiglia imprenditoriale italiana.

Filippo Burla

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