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Roma, 12 mar – Un grande o un grandissimo bluff, come ebbe a dire il solito caustico Vittorio Feltri? La verità, per una volta, non sta nel mezzo. Tanto più se parliamo di Gianni Agnelli, che se fosse ancora vivo oggi compirebbe 100 anni. Estremamente più sfaccettata la realtà, se vogliamo anche molto colorita. Portando con sé il meglio (poco) e il peggio (tanto) del capitalismo tricolore.



“Se avessi potuto scegliere non avrei certo investito a Torino e certo non nell’auto”. Così avrebbe detto Gianni Agnelli a Jas Gawronski. A voler sottolineare che l’avvocato (in realtà era solo laureato in giurisprudenza) viveva la Fiat quasi come un peso. Facendo di fatto pagare a noi tutti quel che considerava alla stregua di un fastidioso gravame con il quale convivere per questioni di famiglia.

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Quanti miliardi ci è costata la Fiat di Gianni Agnelli?

Il Piano Marshall prima, le infinite casse integrazioni dopo (e pure adesso), le miliardarie garanzie governative ora. Nel mezzo le commesse governative, gli incentivi, le rottamazioni, i contributi agli investimenti. E le svendite, come quella di Alfa Romeo. Una sottile linea rossa che ha legato – e lega tutt’oggi – i destini della casa torinese alle casse pubbliche. Non una novità: la Fiat di Gianni Agnelli era istituzionale e filogovernativa per definizione. Quasi uno Stato nello Stato, un non indifferente agente di politica economica.

E’ vero, c’erano (e ci sono) centinaia di migliaia di posti di lavoro da tutelare, tra diretto e indotto. Un giochetto che ci è costato miliardi. Quanti? Dal 1977 al 2012, secondo la Cgia di Mestre, 7,6 miliardi a fronte di 6,2 di investimenti. Un “deficit” da quasi un miliardo e mezzo, che però non tiene conto di altre spese a carico del bilancio statale come quelle per la cassa integrazione, i prepensionamenti, i contributi agli impianti produttivi (come Termini Imerese, poi chiuso). C’è chi è arrivato a stimare in 100 miliardi, nell’arco degli ultimi 50 anni, l’importo dell’assegno staccato. Una parte consistente del quale proprio durante la reggenza di Gianni Agnelli. Giusto per fare un paragone: nello stesso arco di tempo, Alitalia ci è costata 13 miliardi. Ce n’era abbastanza per nazionalizzare entrambe e avanzare pure qualche soldo.

Fca incassa e saluta

Tutto questo per cosa? Per niente, vien da dire. Perché Fiat, nel frattempo diventata Fca, ha sempre più rotto il (mai amato) legame con l’Italia. Prima trasferendo la sede legale in Olanda e quella fiscale a Londra, poi ordendo – nel silenzio tombale di ben due governi – la sedicente “fusione” con Psa che la trasforma in una succursale del gruppo francese. Praticamente l’ultima ruota del carro. Avendo però ben cura, prima di trasferire oltralpe armi e bagagli, di chiedere (e ottenere) una maxi garanzia statale mentre davano il benservito all’indotto tricolore. L’ultimo sfregio all’Italia.

C’è chi dice che Gianni Agnelli non avrebbe mai permesso un’operazione del genere. Malriposta convinzione che andasse meglio quando andava peggio. Il testamento spirituale del nipote del fondatore della Fiat era chiaro: passate di mano pure tutto, ma non la Juventus. L’hanno preso in parola.

Filippo Burla

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7 Commenti

  1. gli agnelli non sono MAI stati un gran che…
    nè come persone,nè come industriali.

    c’è anche da dire che il mondo è cambiato,
    e gli imprenditori e gli industriali che hanno fatto grande l’italia,oggi sono stati sostituiti da gente che
    pensa solo a come distruggerla.
    a gente come
    tronchetti provera,
    come gli elkann
    e come molti altri,che inseguono solo il soldo e se ne fregano delle macerie che si lasciano dietro.
    si salvano solo le piccole e medie industrie ancora…
    ma anche loro stanno cedendo,sotto i colpi della concorrenza sleale che arriva dall’estero,
    della pesante tassazione interna,della burocrazia a livelli da neurodeliri…
    e dell’età media degli imprenditori,
    che hanno in genere figli industrialmente
    più inutili di un coniglio in umido.

    e nel mondo di oggi e ancora di più in quello di
    domani,la grande industria lasciata in mano ai privati…
    senza l’appoggio e il controllo dello stato dietro,distruggerà tutto:
    perchè non riuscirà a reggere il confronto
    con cina,corea,america,francia,germania,giappone ecc
    che spalleggiano in ogni modo e più o meno apertamente le loro industrie,
    e perchè troveranno più semplice vendersi alla concorrenza anzichè
    continuare a combatterla.

    da tutto quanto sopra,è evidente che
    è ora di rifondare l’IRI:
    lo stato deve ritornare a governare saldamente l’economia,
    e non può farlo solo attraverso la leva fiscale:
    è come avere solo i freni,di una macchina..
    o l’ancora di una nave.

    ma per guidare il paese nel mari e nelle strade del mondo,
    ci vuole anche il volante o il timone…
    e le vele o l’acceleratore.

    E DEVE AVERLE SOTTO IL SUO CONTROLLO,
    non sotto quello di imprenditori e multinazionali troppo avidi
    per governare…e
    per fare quello che è giusto per il paese e per i propri concittadini.

    quindi auspico che nei prossimi mesi e anni,lo stato ri-statalizzi la banca d’italia,
    e con essa controlli l’emissione di moneta (lire a corso legale,oppure moneta fiscale tipo i minibot,se vogliamo restare nell’euro)
    e che riporti sotto il suo diretto controllo TUTTE le industrie strategiche,
    tipo
    autostrade,energia,trasporti,telecomunicazioni,chimica,siderurgia,
    grande agricoltura,farmaceutica,grandi infrastrutture,industria pesante,miniere ecc
    e acquisti sul mercato ogni nostra industria (VALIDA,non decotta)
    in odore di delocalizzazione,facendo poi confuire tutto
    in un fondo sovrano a proprietà ESCLUSIVA dello stato italiano,e dei cittadini italiani:una spa di investimento a rendimento,con il capitale azionario diviso OBBLIGATORIAMENTE,
    tra il 51% delle azioni riservate allo stato…
    e il rimanente 49% del capitale ceduto (a larghissima diluizione,max 1 milionesimo)
    a privati cittadini italiani,residenti nel nostro paese.

    solo in questo modo il nostro benessere,la nostra ricchezza,le nostre industrie e il nostro know-how resterà in italia,a beneficiare lo stato e i cittadini italiani:

    differentemente finirà pian piano disperso in mille rivoli in tutto il mondo,impoverendoci gravemente
    entro pochi anni.

  2. Da ragazzo avevo stima di Gianni Agnelli .Quando invece ho letto che dopo la morte sospetta dell’ unico figlio maschio Edoardo (caduto da un viadotto alto 80 metri ma con ancora i mocassini addosso e sembra senza ossa rotte) non ha nemmeno richiesto una autopsia ho cambiato parere.Per non parlare poi di come all’ unica altra figlia Margherita non sia andato niente del tesoro che deteneva all’ estero(sembra fossero miliardi di euro) pervenuto invece al figlio .La madre infatti ha fatto causa al figlio per questa appropriazione illeggittima

  3. Per la serie “Servi di Agnelli ieri e traditori oggi” eccovi alcuni post titolati “Confessioni di un gobbaccio”.
    Avvertenza per i minori: non siete dislessici, è penablindata che oltre le prime due righe risulta illeggibile.

  4. Io ci volevo lavorare per Agnus all’Alfa di Arese, ma appena mi vedevano preferivano i terroni…

  5. @evar:
    concetti complicati ed esempi realistici NON possono essere riassunti oltre un certo punto,
    se non si vuole diventare ermetici al punto che nessuno capisce quello che scrivi:
    e quando si parla di queste cose,non ci si può limitare ad un tweet.

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