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Via la parola “normale” dallo shampoo: “Non è inclusivo”. Unilever si piega al politicamente corretto

by Cristina Gauri
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shampoo unilever normale

Roma, 12 mar – Niente è al sicuro dal tritacarne del politicamente corretto, a partire da quel «normale» a cui il pensiero unico ha dichiarato guerra e che si impegna con ogni mezzo a disintegrare. A partire dalla parola stessa, «normale», che il bigottismo relativista, «inclusivo» e «per tutti» – tranne, appunto, per le persone «normali» – vorrebbe estirpare. Bigottismo che ha partita facile, avendo dalla sua i colossi multinazionali che da tempo hanno fiutato l’affare legato all’invasione globale del politicamente corretto.

Unilever toglie la parola “normale” dagli shampoo

E’ il caso del colosso Unilever, azienda titolare di oltre 400 marchi (tra cui Dove, Axe e Sunsilk). Secondo quanto riportato dal sito di Pro Vita e Famiglia i responsabili del marketing hanno deciso di bandire il termine «normale» (esempio: shampoo per capelli normali, cioè non secchi o grassi) dalla pubblicità e dalle confezioni dei suoi prodotti d’igiene e bellezza. Motivo? Il termine «normale» non è, per l’appunto, inclusivo, e potrebbe essere percepito come «discriminante». L’azienda si giustifica così: «La decisione è uno dei tanti passi che stiamo compiendo per sfidare i ristretti ideali di bellezza, mentre lavoriamo per aiutare a porre fine alla discriminazione e per sostenere una visione più inclusiva di bellezza».

Sette persone su dieci sono concordi con Unilever

Non solo l’azienda difende la propria decisione (che andrà a impattare sui sopra menzionati 400 marchi), ma a suffragio dell’operazione presenta i risultati di un sondaggio tra i propri clienti, basato su persone di diversa nazionalità. Dall’indagine emerge che tra gli interpellati, sette su dieci riterrebbero che «negativo» l’uso della parola “normale” sulle confezioni di shampoo. E per i più giovani (dai 18 ai 35 anni) la percentuale salirebbe a 8 su 10. Fatto che denota l’evidente, inesorabile ed efficacissimo lavaggio del cervello culturale a cui Millenial e Gen Z vengono sottoposti. L’impressione, purtroppo, è quella di aver assistito solo ai titoli di testa.

Cristina Gauri

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sere gattara 12 Marzo 2021 - 1:07

se mi avessero intervistato magari un vaffa lo avrebbero rimediato

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