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japan_mcdonalds_japanese_architecture_desktop_1680x1050_hd-wallpaper-668939 Tokyo, 23 ott – Si prospetta un fine 2014 decisamente nero per il colosso mondiale che ha contribuito maggiormente alla diffusione nel mondo del concetto di ristorazione fast food. Il crollo del titolo nella borsa newyorchese, il giro di affari annuo sceso del 5% (con un pesantissimo -30% rispetto al trimestre precedente), la chiusura di alcuni ristoranti in Russia dovuto all’inosservanza delle normative sanitarie e la “fuga” dei consumatori statunitensi hanno costretto i vertici della corporation a compiere una profonda autocritica. «Le sfide che ci si prospettano sono più formidabili di quanto immaginassimo e comunque li guardiamo i risultati sono stati inferiori alle attese». ha sentenziato laconicamente l’amministratore delegato Don Thompson.



In questo panorama di crisi globale si evidenzia il risultato particolarmente negativo della divisione giapponese che nell’ultimo anno ha accusato una diminuzione delle vendite di oltre il 60%. La recessione ha avuto inizio verso la fine di luglio quando venne reso noto che la società cinese Husi Food (di proprietà della americana OSI Group) avrebbe fornito manzo e pollo scaduti alle filiali asiatiche di McDonald’s, Burger King, KFC e Starbucks. La società degli archi dorati, tramite la sua responsabile giapponese Sarah Casanova, tentò fin da subito di minimizzare, sostenendo che il fornitore incriminato fosse già stato sostituito, ma oramai lo scandalo aveva raggiunto dimensioni globali.
In una nazione come quella del Sol Levante, tradizionalmente molto sensibile al problema della qualità del cibo e dove le imprese si fanno portatrici di una certa responsabilità sociale, questo è stato un passo falso culturale enorme. Il cosiddetto scaricabarile molto di moda nella società occidentale va contro ogni forma di etica giapponese dove un’assunzione pubblica di responsabilità ed un risarcimento pagato in prima persona vengono considerati il giusto corso degli eventi.
La manager Casanova oltre a dover fare i conti con la tempesta mediatica ha dovuto affrontare anche i vertici della Banca del Giappone in quanto un eccessivo abbassamento di prezzo del cheeseburgher, alimento inserito nel paniere della banca centrale nipponica, inciderebbe negativamente sull’andamento dell’inflazione. Se questo trend negativo non dovesse interrompersi a breve molti dei 160.000 dipendenti giapponesi della catena americana sono da considerarsi a rischio licenziamento.
La nascita e crescita del colosso di Oak Brook (Chicago), sbarcato a Tokyo nel 1971 grazie all’imprenditore Den Fujita, è stata una delle storie di maggior successo in Giappone ed ha contribuito (nel bene e nel male) a modificare culturalmente la popolazione giapponese aumentandone notevolmente il consumo di carne e mutandone l’immaginario dei bambini.
E’ ben noto che l’azienda vanta un’ altissima brand awareness ed una bassissima brand reputation che tradotto significa che tutti conoscono il marchio ma pochi lo giudicano bene. Dopo questi continui passi falsi possiamo ancora affermare: I’m Lovin’ It?
 
Luca Repentaglia


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