Roma, 5 nov – Alitalia chiama Ilva. Due realtà strategiche, sia pur in settori totalmente diversi tra loro. Due vicende simili, per genesi e sviluppo, che dimostrano come in Italia si senta sempre più drammaticamente l’assenza di una seria politica industriale. Abbandonata la quale ci stiamo, ormai da qualche decennio, avviando verso un percorso fatto di sottosviluppo.

L’acciaio strategico

Non esiste forse settore più “industriale” per definizione che quello siderurgico. Un comparto sul quale l’Italia ha costruito le sue fortune durante e dopo il boom economico. Da Bagnoli a Genova, da Terni a Taranto: l’intera penisola pulsava di colate di acciaio, quella lega ferrosa che trova una serie pressoché infinita di applicazioni. Dall’automobile all’utensileria, dagli elettrodomestici all’edilizia: una nazione cresceva e domandava acciaio.

Di acqua, da allora, sotto i ponti (fatti o armati in acciaio) ne è passata. Con lei è cambiato il mondo, in tutti i sensi. Ed anche i padroni delle ferriere, che pur avendo costruito un mondo attorno a giganteschi stabilimenti sono sempre stati espressione del capitalismo di Stato, un tempo facente rima con la Finsider del gruppo Iri. Non poteva essere altrimenti, vista la natura del settore. Basti pensare ad un indotto capace di moltiplicare la forza lavoro impiegata direttamente nei complessi siderurgici.

Venne poi l’Unione Europea, venne l’austerità ante litteram, venne lo Stato minimo secondo i desiderata neoliberisti. Arrivarono così le privatizzazioni che investirono appieno l’Ilva, passata armi e bagagli al gruppo Riva, nato e cresciuto nei periodi rampanti dell’acciaio pubblico. Era il 1995. Il resto è una storia durata 7 anni e della quale, dopo il commissariamento del 2012, non si intravede ancora via d’uscita.

I numeri di Ilva

Non parliamo – absi iniuria verbis – di una piccola realtà familiare, ma dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa. Quasi un residuato di archeologia, stante la deindustrializzazione cui siamo soggetti da decenni, che però ha ancora capacità produttive notevoli.

Parliamo di 11 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, oggi ridotte alla metà. Un fatturato miliardario, più di 8mila dipendenti e almeno altrettanti nell’indotto. Cifre da capogiro che in caso di chiusura costerebbero all’Italia, stando ad un’analisi condotta pochi anni fa dalla Svimez, tra gli 1 e i 2 punti di Pil.

Nazionalizzare

Nonostante le immense potenzialità, Ilva si trova da tempo in una crisi dalla quale non sembra in grado di risollevarsi. Ringraziamo, fra le altre cose, l’incapacità di tutelare il mercato nazionale da produzioni estere (spesso sottocosto, con generosi sussidi pubblici destinati a spiazzare i concorrenti stranieri), nonché l’affannosa ricerca di un acquirente straniero. Cosa che, in effetti, a Taranto è riuscita benissimo. E al pari di quanto successo con Alitalia non è riuscita a cavare il proverbiale ragno dal buco.

Non basta che la proprietà sia forestiera perché appaia la bacchetta magica. Tanto più in assenza di una qualsiasi politica di ampio respiro, che possa inquadrare gli investimenti in una logica di medio/lungo termine. Ecco che quindi ArcelorMittal può fare e disfare a piacimento, nascondendosi dietro un paravento (sulla cui legittimità non esprimiamo comunque dubbi) probabilmente per celare l’incapacità di risollevare le sorti dell’impianto pugliese.

A questo punto, per evitare un ulteriore pasticcio (che sarebbe un uno-due micidiale) dopo quello combinato con il terribile silenzio istituzionale sulla (s)vendita di Fca a Peugeot, rimane solo una possibilità sul tavolo: piaccia o meno all’Ue – ma davvero dobbiamo dipendere dagli umori di Bruxelles, tanto brava ad interpretare i propri astrusi cavilli per gli amici quanto ad applicarli acriticamente con i “meno” amici? – si chiama nazionalizzazione.

Filippo Burla

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