Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 3 gen – Posizione netta sull’estero, Pne. Per usare la terminologia anglosassone: Niip, Net international investment position. In altre parole: la differenza tra attività detenute da soggetti residenti e le passività detenuti da soggetti non residenti. Un indicatore che, in estrema sintesi, permettere di apprezzare se una nazione è creditrice o debitrice rispetto al resto del mondo. Ebbene, l’Italia è appena tornata creditore netto sull’estero. Non accadeva da 35 anni.



Italia creditore netto sull’estero: a che prezzo?

Era il 1985 quando la nostra Pne si collocava, per l’ultima volta, in territorio positivo. Sfiorammo di nuovo il traguardo verso metà degli anni ’90, per poi precipitare ai minimi storici. Fino ad arrivare, in percentuale del Pil, a superare il -25% nel primo trimestre 2014. Da lì è iniziato un lungo recupero che, a chiusura del terzo trimestre di quest’anno, stando agli ultimi dati di Banca d’Italia ci ha visto segnare +0,19%.

Black Brain

Che l’Italia torni creditore netto nei confronti dell’estero è una buona notizia solo a metà. Il prezzo che abbiamo pagato è tutto nella distruzione della domanda interna seguita alla “cura Monti”. Dopo anni di fissazione del cambio, con conseguente deterioramento della nostra competitività e conseguenti squilibri di bilancia commerciale – nella misura in cui un cambio fisso, se sopravvalutato, rende più conveniente acquistare all’estero che produrre “in casa” – e, di converso, dei pagamenti, la stagione dell’austerità ha comportato, tramite distruzione della domanda interna, un crollo delle importazioni.

C’è una buona notizia

Da qui il progressivo miglioramento della posizione italiana nei confronti dell’estero. E veniamo così al lato positivo della notizia. L’Italia creditore netto sull’estero significa che non siamo più dipendenti dal risparmio prodotto altrove. Capaci, insomma, di finanziarci da soli per soddisfare le esigenze sia pubbliche che private.

Non solo. Se ad una Pne positiva aggiungiamo una bilancia commerciale ormai strutturalmente in territorio positivo, così come quella dei pagamenti (quest’ultima su livelli mai visti nel precedente quarto di secolo), ciò permette di sbugiardare senza tema di smentita chi ancora ciancia di ipotesi default. L’Italia, insomma, è pienamente solvibile. Se volessimo fare un – forzato – paragone tra lo Stato ed un’azienda privata, è come credere possibile il fallimento di una società con utili mai così alti, un robusto flusso di cassa e crediti superiori ai debiti. Poco verosimile? Certo. A meno che non trovino un giudice corrotto.

Filippo Burla

Pivert casual italian brand

La tua mail per essere sempre aggiornato

1 commento

  1. Il dato da solo è poco o nulla confortante.
    I bilanci, bisogna saperli leggere e non è operazione semplice (soprattutto a questi livelli).
    I crediti, come ben si sa, vanno valutati per tipologia, qualità ed esigibilità.
    Al calo della domanda interna (importazione) non ha fatto seguito nessun (!) miglioramento almeno nella qualità.
    Oggi, basta un “nonnulla” (sanzione, epidemia, bluff, furto di dati) e ti trovi a gambe all’ aria (singolo individuo, opificio o staterello), perché la questione principe è che le entrate e le uscite sono controllate da pochi e quindi risultano quantomeno ad alto rischio.
    Se non c’è trasparenza, se non c’è capacità di scelte strategiche, di idee nuove, che coinvolgano molti più attori sociali, se le scuole non funzionano, procederemo sempre a vista… degl’ altri.
    Il vero rischio default è dentro di noi!!
    La questione del giudice o del suo manovratore… è ovvio che nessuno gradisce ciucciarsi un cadavere. Quindi bisogna stare ancora di più sul chi vive?!

Commenta