Roma, 23 nov – Tra le più gravi distorsioni arrecate dall’euro alla nostra economia ve ne sono un paio davvero notevoli.

Due distorsioni

1) Il cambio fisso tra una moneta più forte dell’euro come il marco tedesco ed una più debole dell’euro come la lira italiana, ha generato un problema di competitività nell’interscambio con l’estero: vantaggio per le aziende tedesche e svantaggio per quelle italiane, senza che il meccanismo di libera fluttuazione del cambio arrecasse più una compensazione. L’esito obbligato della fine della flessibilità del cambio è stato quello della “flessibilità dei salari” con la contrazione dei redditi da lavoro dipendente. Un capolavoro di imbecillità che la saggezza del Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi aveva già smascherato nel 1989: «La storia monetaria d’Europa ci rivela che, ogni qual volta la parità di cambio è stata eretta a feticcio o imposta senza adeguato riguardo alle sottostanti condizioni dell’economia, le conseguenze sono state nefaste […] Nello stesso ambito delle economie sviluppale, si deve osservare che un sistema a guida marco, fondato sulla stabilità dei prezzi, e sulla rigidità del cambio, impone a qualsiasi Paese che subisca uno shock riduttivo della sua capacità di produrre reddito (come furono i due del prezzo del petrolio negli anni Settanta) la scelta fra il finanziamento estero e il ricorso all’abbattimento dei prezzi interni e, maggiormente, dei salari, che da Keynes in poi sappiamo essere oltremodo difficile e costoso in termini di tranquillità sociale e di produzione di reddito. L’aggiustamento relativo di prezzi e salari sarebbe più facile su un’onda di moderata inflazione diffusa al sistema, ma l’obiettivo essendo quello più severo dei prezzi stabili, questa agevolezza non si dà e di tanto si aggrava il vincolo della fissità del cambio».

2) L’euro è una “moneta straniera” per tutti gli europei data l’autonomia della Bce che non solo non ha nello statuto (come la Federal Reserve americana) l’obbiettivo della piena occupazione ma non è neanche garante di ultima istanza dei debiti nazionali. Gli Stati europei diventano così società commerciali soggette ad un rating, ad uno spread e quindi al fallimento o alla ridenominazione del Debito, se non riescono a trovare finanziamenti dal mercato a tassi sostenibili. Ovviamente lo spread pesa sempre di più sui Paesi come l’Italia con una moneta più debole dell’euro, dato che un ipotetico default della Germania vedrebbe i suoi creditori ricevere marchi al posto di euro (addirittura ci guadagnerebbero), mentre i possessori di titoli italiani riceverebbero le lire più deboli dell’euro. Ecco perché il ricatto dei mercati finanziari resta un serio problema per l’Italia.

Un grande equivoco

Purtroppo la frittata è fatta ed è complicatissimo tornare indietro anche se basterebbe che nello statuto della Bce, oltre al fine della stabilità dei prezzi fosse aggiunto anche quello della massima occupazione, come è previsto per la Federal Reserve americana. Assistiamo poi ad una forma diffusa di pregiudizio intellettuale, forse anche inconsapevole, quello di tutti gli economisti finto colti che temono l’inflazione generata dalla moneta stampata dallo Stato. È una spiegazione incompleta e parziale spesso anche infondata e sicuramente dettata da altri interessi, dato che costoro poi non parlano mai dell’inflazione generata dall’espansione della moneta bancaria a debito. In questo caso l’aumento del circolante non li disturba affatto.

Quella di Fisher è infatti una equazione statica e la teoria quantitativa della moneta si riferisce ad una situazione di massima occupazione mentre l’economista Keynes ha dimostrato che una immissione di liquidità non genera inflazione se vi sono risorse potenzialmente attivabili ma ancora silenti. Il punto vero però è e resta ancora e sempre il solito: vera sovranità monetaria e dunque proprietà pubblica (rectius popolare) della moneta. Ma cosa si può fare?

A proposito di sovranità monetaria

Per quelli che “Restiamo nell’euro e nella UE ma possiamo stampare moneta di Stato a nostro piacimento” (perché tanto gli eurocrati sarebbero dei poveri allocchi) rimandiamo alla normativa.

(POLITICA MONETARIA) Articolo 3 TFUE:
« 1. L’Unione ha competenza esclusiva nei seguenti settori:
c) politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro; »

(SOVRANITA’ MONETARIA)
Protocollo 4 allo Statuto del SEBC art. 16:
“… Le banconote emesse dalla BCE e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione…”.

Articolo 128
(ex articolo 106 del TCE):
« 1. La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro
all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione.
2. Gli Stati membri possono coniare monete metalliche in euro con l’approvazione della Banca centrale europea per quanto riguarda il volume del conio. »

Lo Stato non ha alcuna competenza nella politica monetaria. Il monopolio della creazione di moneta legale è in mano al sistema delle banche centrali autonome dagli Stati. Lo Stato può solo emettere monete metalliche sempre se e solo se autorizzato dalla Bce. Servono semmai scelte alternative radicali, nuove leggi e nuovi Trattati che rivedano gli assetti, o almeno, nuove classi politiche e giudiziarie che interpretino quelle attuali in modo radicalmente diverso. Pagandone duramente lo scotto.

A proposito di sovranità fiscale

Una Italexit, sarebbe comunque eccessivamente complessa e tra l’altro dovrebbe guardare alle sfide del futuro e non alla nostalgia dell’Italia del 1982. Esistono strade più realistiche che correggono le distorsioni del sistema? Sì. Se l’Italia ha perso la sua sovranità monetaria, non ha perso però la sua sovranità fiscale anche perché la Ue non desidera affatto che si arrivi ad un fisco comune europeo. Ecco quanto è stato importante l’esperimento del superbonus per le ristrutturazioni edilizie.

Il premier Giorgia Meloni in relazione alla necessità di correggere il superbonus ha correttamente evidenziato come: «La copertura al 110% ha deresponsabilizzato chi la usava: se uno non era chiamato a contribuire non si chiedeva se prezzo era congruo. Questo ha portato distorsione sul mercato a beneficio prevalentemente dei redditi medio alti … abbiamo scelto di intervenire e si passa al 90%, salvo per chi ha già deliberato a oggi l’intervento e presentato entro il 25 novembre la nota di inizio lavori. Ma con i risparmi abbiamo deciso di riaprire alle unifamiliari, a patto che si tratti di prima casa e redditi medio bassi».

Lo Stato si è trovato a finanziare in eccesso un sistema che è stato gonfiato dalla mancanza di un conflitto di interessi tra committente e imprenditore, da qui l’esigenza di recuperare quella soglia che dovrebbe contenere i prezzi dei lavori e i costi per lo Stato che avrebbero superato i 38 miliardi di euro. Tuttavia il timbro liberal-conservatore della destra di governo ha probabilmente sopravvalutato gli effetti di questa pur evidente distorsione di mercato. Sulle remore eccessive riguardo i costi per lo Stato Edilportale ha calcolato che il Superbonus ha generato “…un valore economico di 124,8 miliardi di euro, pari al 7,5% del Prodotto Interno Lordo (PIL) del Paese, e prevede che, per ogni beneficiario, l’investimento genererà un risparmio annuo medio in bolletta di 500 euro. l’impatto sociale del Superbonus: 38,7 miliardi di euro già investiti hanno comportato un aumento di occupazione nel settore delle costruzioni per un totale di 634mila occupati.”

Meno correttamente il ministro Giorgetti ha dichiarato che “…è passata l’idea che il credito d’imposta sia sostanzialmente moneta ma non è così, quindi chi deve fare un investimento deve valutare se l’impresa costruttrice o la banca sia disponibile a riconoscere il credito d’imposta perché se non è così devono calcolare il progetto d’investimento in diverso modo … La cessione / cedibilità del credito d’imposta è una possibilità, non un diritto e quindi tutti coloro che in qualche modo d’ora in avanti decideranno di fare questi interventi hanno senz’altro la certezza di poterli detrarre dai loro redditi negli anni come peraltro è sempre avvenuto ma non hanno né possono avere la certezza – lo devo dire perché su questa cosa va fatta chiarezza – rispetto al fatto che possano in qualche modo trovare una banca o un’istituzione che accetti la possibilità di cedere il credito d’imposta. Altrimenti avremmo creato una moneta, che non è stata creata”.

Se il ragionamento non fa una piega, è però erroneo affermare che non sia stata “creata moneta”, in quanto bisognerebbe specificare che non è stata creata alcuna moneta legale (né poteva essere) ma uno strumento di pagamento che per accettazione volontaria ha rappresentato tra i privati la medesima funzione di una moneta. Malgrado tutto e nonostante tutto, abbiamo assistito alla creazione e all’utilizzo di una moneta complementare all’euro.

Una moneta fiscale contro la crisi economica

Carlo Freccero sul punto era stato più preciso sul significato reale del superbonus: “Creare moneta, a credito per spezzare il circolo vizioso della moneta a debito che è destinato sempre e solo all’impoverimento dello Stato e dei cittadini. Un’altra cosa che la gente ignora è che l’inventore del Bonus 110 non è né un politico, né il rappresentante di qualche lobby, ma un gruppo di teorici della moneta, facenti capo all’associazione Moneta Positiva, di cui Fabio Conditi è il Presidente.”

Il sistema delle cessioni dei crediti fiscali come ecobonus che secondo uno studio di Luiss Business School e OpenEconomics in un decennio costerà solo 810 milioni allo Stato ha visto però sempre nicchiare Mario Draghi e la Bce, perché in linea di principio favorisce la consapevolezza del pubblico sul suo utilizzo come strumento di surrogazione monetaria (nessun denaro contante!).

Esempio da implementare in quanto spalanca un’autostrada per i Certificati di Credito Fiscale ideati da Stefano Sylos Labini e Marco Cattaneo (anche noti come “moneta fiscale”), che non essendo né un debito dello Stato né una moneta di Stato ma uno strumento di surrogazione monetaria concesso a chiunque lo richieda (tra l’altro senza vincolo di utilizzo), rappresentano una delle più brillanti proposte per correggere il sistema attuale senza rinnegarlo in blocco, data la gigantesca e oggettiva difficoltà di una Italexit.

Pietro Ferrari

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5 Commenti

  1. Molto interessante.
    L’ euro è una moneta straniera perché fondamentalmente l’ europa attuale è tutto fuorché uno Stato penetrabile od impenetrabile a ragion veduta. La garanzia nel automatismo di conversione con terra-lavoro, o valori conseguenti, senza ulteriori speculazioni è preclusa.
    A proposto del 110 (forse meglio chiamarlo 112), o versioni attenuate, il guaio vero non è la trasferibilità o meno conseguente, quanto piuttosto l’ utilizzo alla c…o di cane, senza badare alle fondamenta strutturali degli immobili e quindi alla loro durata, procrastinabile o meno.
    Tutto alla carlona, tura-falle e mangia-mangia. Ma con il costume (!) nuovo tutti contenti e beoti.

  2. A Marcooo…, ci stiamo ancora leccando le ferite purulenti a causa di laureati bocconiani… “liberi e benefici concorrenti”. Lascia perdere o motiva.

  3. altra moneta fiscale LEGALE in tutti i trattati sin qui firmati,
    è il MINIBOT a circolazione solo interna:
    dando una parte degli stipendi della pubblica amministrazione
    in minibot (quotati a 100 ma scambiati a 98 e con scadenza annua)
    anche solo cento euro al mese,moltiplicato per i tremilioni e mezzo di dipendenti pubblici…per 14 mensilità
    libererebbero quasi 5 miliardi di euro all’anno:
    minibot che sarebbero accettati dal mercato senza il minimo problema
    (io sono commerciante nella ristorazione,
    e se invece di un buono pasto dove ci rimetto quasi il 15% mi danno un minibot dove ci quadagno il 2% perfino rispetto al corrispettivo pagamento in contanti,lo preferirei al punto che probabilmente vorrei solo quelli)
    i il denaro pubblico risparmiato
    potrebbe essere utilizzato al meglio ammortando il debito pubblico estero:
    così i relativi interessi restano in italia e si risolvono in una partita di giro per lo stato italiano,non indebolendoci in alcun modo.

    prima di dire che è poco,pensiamo a 200,300 euro al mese.
    15 miliardi di debito estero in meno…OGNI anno.
    pensiamo ad un analogo procedimento sulle pensioni:
    con 200 euro su 16 milioni di pensionati,sono
    38 MILIARDI e 400 milioni…
    all’anno.

    PIU’ di 50 miliardi all’anno,
    che vengono ammortati nel debito estero,spariscono dai
    portafogli dei pescecani della finanza internazionale,
    e finiscono nelle tasche dei piccoli risparmiatori italiani,
    SENZA alcun costo di negoziazione,senza il minimo problema di circolazione…
    e mantenendo gli interessi (il 2% annuo,una miseria in confronto a quello che paghiamo oggi)
    IN CASA NOSTRA,il che equivale a spenderli,investirli
    o risparmiarli qui,
    e producono ricchezza e tasse l’anno seguente.

    mi rivolgo al governo meloni:
    VALUTATE questa possibilità.

    provate:
    magari con pochissimo,ma iniziate
    io sono SICURO,che anche pian piano…
    questa riforma nell’emissione del debito pubblico porterà
    GRANDI benefici a tutto il nostro paese,
    piccoli commercianti,dipendenti e piccoli risparmiatori
    compresi.
    e sarà accettata con entusiasmo,non appena la gente si renderà conto nelle proprie tasche,che
    questo cambiamento nella gestione del debito
    porterà ad un miglioramento generale della ricchezza del nostro paese,che non verrà più dispersa all’estero.

    e credo che il commercio NON veda l’ora di una riforma del genere…
    che anzichè drenare risorse dal mondo reale per trasferirle alle banche come è il POS
    farà l’incontrario:
    e più o meno nelle stesse percentuali del POS porterà soldi nelle tasche del cittadino,anzichè impoverirlo.

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