Roma, 19 mar – L’ultima relazione dei servizi di intelligence al Parlamento ha fatto emergere un dato allarmante: le minacce agli asset strategici del made in Italy nel 2020 si sono quadruplicate. Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica fa notare che, nel contesto attuale, caratterizzato da una domanda interna crollata a picco e canali esteri bloccati per via della pandemia, i capitali stranieri, in particolare francesi cinesi, hanno messo nel mirino sempre più aziende italiane con l’unico obiettivo di “conseguire posizioni di leadership commerciale e tecnologica”. Dunque non sono solo determinate categorie produttive medio-piccole a dover sopravvivere alle serrate generali, ma anche quelle con una produzione e un portafoglio clienti maggiore.



Quadruplicate le richieste di golden power

A certificare questo dato sono il numero di notifiche inviate alla presidenza del Consiglio per la valutazione dell’esercizio del golden power341 contro le 83 del 2019. Le richieste d’intervento arrivano dai più disparati settori: dalle assicurazioni e le banche, fino al manifatturiero passando per le infrastrutture. Eppure, fanno notare i membri del Copasir, tale strumento è stato poco utilizzato. Lo scorso anno, nonostante il patto di stabilità sospeso, su 348 notifiche il governo Conte ha esercitato i poteri speciali solo 38 volte. In una sola volta ha opposto il veto, negli altri 37 casi ha scelto semplicemente di opporre prescrizioni. Ora la palla passa a Draghi. Il quale, se da un lato ha palesato il suo orientamento di ristrutturazione del tessuto economico (alias distruzione “creativa”) fatto di piccole e micro imprese, è chiamato ora ad occuparsi di realtà strategiche del made in Italy che valgono la nostra sovranità economica.

L’avanzata del dragone cinese sul made in Italy

Nel documento, gli 007 riportano l’avanzata inesorabile negli ultimi 3 anni dei capitali cinesi nella nostra nazione. Dai 573 milioni del 2017, gli investimenti di Pechino nel 2020 ammontano a 4,9 miliardi di euro (+755%). Addirittura in Campania le aziende cinesi sono aumentate del 46%.

“Le acquisizioni – scrivono i parlamentari del Copasir – avvengono con sistematicità a ogni livello, nei settori a più alto valore aggiunto o strategici”. Protagoniste principali dello shopping del made in Italy  sono le multinazionali, ChemChina e StateGrid. Dalla manifattura fino alle infrastrutture, troviamo quote cinesi in diversi comparti: Salvatore Ferragamo, Eni, Intesa San Paolo, Prima Industrie per citarne alcune.

Transizione ecologica: rischio di finire nelle mani cinesi?

A proposito di infrastrutture, Paolo Arrigoni, membro del Copasir in quota Lega, ha mostrato la sua preoccupazione sulla tanto discussa transizione ecologica. Potrebbe diventare l’ennesimo terreno fertile per la Cina. “La transizione ecologica è uno dei capitoli più importanti del Piano di ripresa e resilienza da presentare in Europa, ma c’è modo e modo per approcciarla”, sottolinea Arrigoni. Il rischio sta nel fatto che “la Cina detiene già un’ampia fetta del mercato e gran parte delle concessioni minerarie per l’estrazione delle terre rare, q20uelle che servono a produrre le batterie delle auto elettriche e gli accumulatori di energia, necessari a compensare la non programmabilità degli impianti a fonti rinnovabil. Quando parliamo di transizione ecologica, eccessivamente spinta sull’elettrificazione, stiamo spostando il baricentro geopolitico mondiale. Più di quanto non lo sia già”.

L’assalto francese alle banche italiane

La Francia invece – che ha da poco assorbito la nostra industria dell’auto con la fusione tra Fca e Psa – ha negli ultimi anni rafforzato la presenza all’interno del nostro sistema bancario e finanziario.

Lo scorso 13 febbraio, durante il primo Cdm, Draghi ha deciso di non intervenire nell’offerta pubblica di acquisto di Crèdit agricole per Credito Valtellinese. Lo stesso istituto di credito francese che ha avviato la strategia di insediamento in Cariparma, Friulandria e CariSpezia. Senza dimenticare Bnp Paribas che già controlla Banca nazionale del lavoro e la futura (s)vendita di Borsa Italiana al consorzio paneuropeo Euronext.

Riccardo Natale

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta