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Roma, 17 ago – Con le operazioni di soccorso ancora in essere alla ricerca degli ultimi dispersi sotto le rovine del ponte Morandi di Genova e mentre a livello governativo si dibatte sull’ipotesi di revoca delle concessioni e conseguente nazionalizzazione delle tratte gestite da Autostrade per l’Italia, cominciano ad emergere alcuni particolari di natura economico-finanziaria della società.
Una società – vero e proprio dominus della rete viaria nazionale, visto che gestisce all’incirca il 50% delle autostrade italiane – con conti assolutamente in ordine, capace secondo logica di mercato di creare valore. E parecchio. I dati di bilancio del 2017 parlano chiaro: su quasi 4 miliardi di fatturato (200 milioni in più rispetto al 2016), l’utile netto sfiora il miliardo di euro. Vale a dire il 25% dei ricavi. Una percentuale mostruosa se confrontata con quella di aziende con capitalizzazione simile – sia pur operanti in settori diversi – come Eni (5%), Enel (5%), Luxottica (11%) o Fca (3%) e che dimostra come il settore protetto e regolato delle autostrade sia una vera e propria gallina dalle uova d’oro. Con benedizione pubblica.
Lecito, a questo punto, attendersi quantomeno che una parte di questo valore sia destinata allo sviluppo e alla crescita del settore di riferimento. In effetti, di investimenti ne sono stati fatti: all’incirca un miliardo all’anno negli ultimi cinque anni (2013-2017) per “sicurezza, manutenzioni e potenziamento della rete”, spiega la società. Peccato che, scendendo nel dettaglio, per le “sole” manutenzioni e viabilità la cifra cala sensibilmente: nello stesso periodo sono stati infatti spesi per questo capitolo non cinque, ma 2,1 miliardi di euro.
Cifra importante, certo, ma con tutta evidenza insufficiente per garantire la sicurezza minima. D’altronde, Autostrade per l’Italia sembra avere ben diverse priorità dall’assicurazione la manutenzione sulla propria rete. Ad esempio il distribuire dividendi a pioggia: sempre nel lustro 2013-2017 sono state staccate cedole per 3,8 miliardi (quali il doppio della spesa per manutenzioni), tutte finite alla capogruppo Atlantia controllata dalla famiglia Benetton e da svariati fondi esteri.
Non solo. Con i proventi (anche) dell’attività di concessionaria, nel corso degli anni Atlantia ha fatto acquisti in giro per il mondo: dall’aeroporto di Nizza alla spangola Abertis (anch’essa attività nel settore autostradale), fino ad arrivare ad una quota di Eurotunnel, la società che gestisce il tunnel sotto la Manica tra Francia e Gran Bretagna, lo shopping non si è mai fermato.
Filippo Burla



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4 Commenti

  1. il sole 24 ore di questi giorni è sempre tutto proteso a difendere il “libero mercato”, non importa se questo crollo del ponte Morandi è un esempio ripugnante di uso del profitto, neppure importa se Autostrade non è una società di trading e neppure una banca di affari ma una società che eroga servizi aimè su una dissennata svendita promossa tanto tempo addietro dal governo d’ alema per potere entrare nella zona euro … Atlantia ha degli utili in rapporto al fatturato che sembrano usciti da una bisca o da un postribolo, ma lo sterco/quotidiano di confindustria/pd non annusa nessuna stranezza eppure anche uno studente al secondo anno di ragioneria direbbe che ho sono dei maghi o …
    Certo gli esponenti del Governo si lasciano andare all’emotività, dimostrano una impazienza che sembra scoppiare negli animi del popolo italiano che forse si è stufato in via definitiva, speriamo.

  2. Tutti quegli utili (10 miliardi di euro) regalati ad una sola famiglia di maglionari in questi anni, avrebbero potuto essere spesi per avere autostrade in mano allo stato in buona efficienza e a basso costo.Diversi politici e boiardi di stato in questa vicenda hanno pensato solo ai loro interessi non facendo il dovere per cui erano pagati dallo stato e hanno del tutto tradito il popolo italiano.

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