Roma, 16 nov – Correva l’anno 2012 quando, ancora nel pieno della crisi dei debiti sovrani, in seno alla Ue prendeva vita il Mes, il meccanismo europeo di stabilità. Creato per sostituire i preesistenti Fondo europeo di stabilità finanziaria e il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria, nasce come sorta di “Fondo monetario” europeo, con l’obiettivo di intervenire a sostegno delle nazioni dell’area euro che si trovassero in condizioni di difficoltà. L’Italia vi ha contribuito con 14 miliardi di capitale versato (siamo terzi dopo Germania e Francia), a fronte di una sottoscrizione pro-quota, rispetto al Pil del 2010, di 125 miliardi “attivabili” in caso di necessità.

La riforma del Mes è la nuova Troika

Ad oggi, il Meccanismo ha offerto il proprio sostegno a tre membri dell’eurozona: Cipro, Grecia e Spagna. La logica dell’intervento è quella già testata con Atene: un programma di aiuto in cambio di riforme strutturali, lasciandosi dietro risultati disastrosi. I quali potrebbero, adesso, addirittura essere peggiori.

In questi giorni si sta infatti discutendo la riforma del Mes, tale da farlo diventare il vero e proprio dominus della politica economica continentale. A condizioni che, almeno per l’Italia, definire pericolose – se non proprio esiziali per la tenuta delle nostre finanze – è usare un pallido eufemismo.

Nello specifico, fanno accendere più di un campanello di allarme le condizioni poste per l’attivazione della cosiddetta Pccl (Precautionary conditioned credit line), il supporto finanziario immediatamente attivabile dalle strutture del Mes in caso di turbolenze sui mercati del debito pubblico. Perché questa linea di credito sia attivata è però necessario che ricorrano alcune condizioni, fra le quali: non trovarsi in procedura d’infrazione, avere da due anni un deficit inferiore al 3% e un debito pubblico inferiore al 60 (o, se superiore, averlo ridotto di almeno 1/20 dall’obiettivo), più un’altra serie di circostanze spesso e volentieri lasciate a giudizi di natura soggettiva.

La ristrutturazione del debito

Risulta chiaro come l’Italia non sarebbe in grado di restare nei parametri – al pari di praticamente tutte le altre nazioni, ad eccezione forse di Germania e Olanda – rimanendo dunque (nonostante i miliardi versati) esclusa da qualsiasi tipo di supporto.

Supporto che non sarebbe comunque negato in seconda battuta, a patto però di accettare una ristrutturazione del debito da attuarsi tramite l’attivazione delle clausole di azione collettiva che, in sede di riforma del Mes, viene richiesto – ma i dettagli ancora non sono noti – di inserire all’interno di tutte le nuove emissioni di Titoli. Tramite queste clausole (Cac), in realtà già inserite ma il cui funzionamento viene agevolato rendendolo come chiesto dall’Eurogruppo “ordinato e prevedibile”, sarà possibile che i creditori deliberino a maggioranza vuoi un “haircut” (taglio del valore nominale dei titoli), vuoi un “roll-over” (allungamento della scadenza dei titoli), vuoi una modifica di altre condizioni fra le quali la scelta della valuta di rimborso. Solo successivamente il Meccanismo potrà intervenire.

“Un colpo di pistola alla tempia dei risparmiatori”

La ristrutturazione, ha spiegato in audizione al Senato l’ex capo economista di Confindustria e oggi vicedirettore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani Giampaolo Galli, sarebbe “un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori”, praticamente “una sorta di bail-in applicato a milioni di persone che hanno dato fiducia allo Stato comprando titoli del debito pubblico”. Un evento, conclude, “di gran lunga peggiore di ciò l’Italia ha vissuto negli ultimi anni a causa dei fallimenti di alcune banche”. Parole cui hanno fatto eco quelle di Ignazio Visco: “I piccoli e incerti benefici di una ristrutturazione del debito devono essere ponderati rispetto all’enorme rischio che il mero annuncio di una sua introduzione possa innescare una spirale perversa di aspettative di default“, ha spiegato il governatore di Banca d’Italia nella giornata di ieri, parlando di “rischi enormi” se la riforma del Mes dovesse passare.

E’ a fronte di questi rischi che gli economisti della Lega Claudio Borghi e Alberto Bagnai, presidenti delle commissioni Bilancio di Camera e Senato, chiedono al governo di riferire in aula: “Abbiamo sempre denunciato il sospetto segreto con cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria hanno condotto le trattative senza mai informare il Parlamento, pur essendone obbligati per legge. La loro reticenza ci aveva indotto persino ad interrogazioni parlamentari addirittura quando eravamo parte della stessa maggioranza. Anche il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha rivelato che la riforma è stata sostanzialmente approvata dai presidenti in giugno. Questo enorme rischio per l’Italia si sta preparando tra le segrete stanze di Bruxelles, senza che il Parlamento, al di là delle nostre interrogazioni e di queste audizioni, abbia mai potuto dire una singola parola in merito. Cosa ha approvato a nostra insaputa il presidente Conte? In cambio di cosa ha dato il suo assenso a questa possibile bomba, che potrebbe azzerare il risparmio di milioni di Italiani? La riforma del Mes deve essere bloccata senza se e senza ma, e il presidente deve riferire immediatamente in Parlamento”.

Filippo Burla

1 commento

  1. Non vedo l’ora!
    Che ci inabissino pure.
    Solo dall’abisso si può risalire e trovare l’energia di mandarli a fanculo una volta È PER SEMPRE!!!

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