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Irpef Def PadoanRoma, 13 apr – Doveva essere il piatto forte della manovrina primaverile, pronto ad essere servito a due anni dalla promessa di “rivoluzione copernicana” fatta da Renzi. E invece niente, il taglio delle aliquote Irpef scompare dal menù della politica economica del governo, sostituito in parte dalla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro e in parte – maggiore – dallo stanziamento di generosi aiuti per le banche.

Sono questi i tre punti del Def varato ieri dal consiglio dei Ministri, che di fatto annulla la programmazione triennale che doveva, entro il 2018, portare appunto alla riduzione dell’Irpef dopo la rimodulazione dell’Ires messa a punto quest’anno. Niente abbassamento delle tasse per le persone fisiche dunque, ma in compenso saltano fuori niente meno che 10 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche in crisi. Non si tratta di somme di nuova disponibilità, è vero, dato che derivano dal fondo di 20 miliardi a valere sul 2017 creato a fine dicembre allo scopo di intervenire sugli istituti in difficoltà, ma la coincidenza fra le due misure previste è destinata a suscitare non poche polemiche. Ammesso, poi, che l’Ue dia il suo avallo e che non si risolva – ancora tutto da dimostrare – in una iniezione di capitali a fondo perduto.

A parziale compensazione del mancato intervento sull’Irpef, questo viene sostituito dalla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. Il governo, si legge nel documento “intende trovare spazi per operare misure espansive e di riduzione della pressione fiscale in continuità con le misure introdotte negli anni precedenti”, considerando in tal senso “cruciale il taglio del cuneo fiscale per ridurre il costo del lavoro e aumentare parallelamente il reddito disponibile dei lavoratori”. Ad oltre un anno dal mancato rinnovo degli incentivi alle assunzioni stabili, l’esecutivo sembra in questo modo prendere atto che il Jobs Act non ha – come da previsioni – prodotto quei miracolosi effetti che Poletti e Renzi si attendevano dalla riforma.

Tutt’altro: il tema del costo del lavoro per le imprese rimane centrale, visti gli ultimi numeri che danno l’Italia  a 10 punti percentuali di tassazione superiore rispetto alla media europea. Un divario di competitività che il ministro Padoan intende colmare, anche se il rischio effetto ‘vasi comunicanti’ è sempre dietro l’angolo. E pronto a concretizzarsi dal 2018 quando, stando proprio a quanto riportato nello stesso Def, scatteranno le clausole di salvaguardia sui conti pubblici che causeranno un aumento dell’Iva al 25%. Una mano dà e l’altra toglie, perché se da un lato si aiutano le imprese ad aumentare la forza-lavoro, dall’altra la contrazione della domanda interna dovuta all’aumento dei prezzi spinge nella direzione opposta. Palazzo Chigi rassicura sulla volontà di disinnescare le clausole trovano i fondi necessari, ma se la promessa è come quella relativa all’Irpef…

Filippo Burla

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