Roma, 26 nov – Un altro nome della moda e dello stile tricolore passa in mani transalpine. Parliamo di Pedemonte, manifattura di gioielleria di alta gamma, appena acquistato dal colosso francese Lvmh.

Pedemonte diventa francese

Sorto nella zona tra Valenza e Valmadonna, nell’Alessandrino, il gruppo Pedemonte nasce nel 2020 dalla fusione di alcuni laboratori indipendenti in una terra storicamente di orafi e gioiellieri. Occupa oltre 300 lavoratori, molti dei quali artigiani con anni di esperienza nel settore. Una realtà di assoluta eccellenza, che fino ad ora si trovava sotto il controllo del fondo italiano Equinox.

“Con questa acquisizione strategica, Lvmh si rafforza ulteriormente in Italia, continuando a sostenere l’ecosistema di aziende che contribuiscono al successo delle nostre maison”, ha spiegato il direttore generale del gruppo, Antonio Belloni. La realtà, nata negli anni 80 dalla fusione tra Luis Vuitton e Moët Hennessy (da cui le iniziali), si consolida così come dominus incontrastato nel comparto. Considerando anche il gruppo Dior, alla cui presidenza siede Bernard Arnault che è presidente della stessa Lvmh, parliamo infatti dei due terzi del mercato globale della moda e del lusso.

L’alta moda non parla (quasi) più italiano

Una crescita, quella di Lvmh, che non poteva che avvenire soprattutto per linee esterne. E lungo un’unica direzione: dalla Francia verso l’Italia, a nostro discapito. Prima di Pedemonte, infatti, la “campagna acquisti” aveva portato sotto il suo controllo Acqua di Parma, Bulgari, Fendi e Loro Piana. Bottega Veneta, Brioni, Gucci, Pomellato e Richard Ginori (oggi Ginori 1735), parlando comunque francese, sono invece nelle mani di Kering, che di Lvmh – per quanto a distanza siderale in termini di fatturato – è il principale concorrente.

Leggi anche: Da Bulgari a Versace: così la moda “made in Italy” è sempre meno italiana

Non solo Parigi e dintorni. Versace è dal 2018 parte di Capri Holding (fondata dallo stilista Michael Kors), mentre Missoni, Pal Zileri e Valentino sono state acquisite dal fondo qatariota Mayhoola for Investments e sempre dalle parti del golfo (Dubai) è finita Roberto Cavalli. Per quanto riguarda Panerai, Buccellati e Yoox bisogna invece andare in Svizzera, dal gruppo Richemont. Restano in mani italiane Armani, Brunello Cucinelli, Dolce&Gabbana, Ferragamo, Moschino, Prada e Trussardi. Non sappiamo però ancora per quanto.

Filippo Burla

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2 Commenti

  1. Si parla di marchi, di brevetti, ma poco o nulla di chi produceva fisicamente sul serio (!) che ha dovuto lasciare il passo a manodopera “all over the world”, scadente, gestita da finanza ancora più scadente… Sempre meno sostanza dietro a queste vere e proprie diluizioni andata e ritorno.

  2. mai,MAI vendere quello che rende.

    se proprio dobbiamo,obtorto collo…
    far parte del mercato e\o delocalizzare all’estero,allora
    vendiamo e\o delocalizziamo…
    aziende decotte e in perdita,
    NON quelle che rendono oro.

    è un concetto di una semplicità tale che lo capisce perfino un bambino delle elementari:
    come mai la nostra “dirigenza”
    non ci arriva?

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