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Ci scrive Mammad Ahmadzada, ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian in Italia. Pubblichiamo buona parte della sua lunga lettera al Primato Nazionale su una questione che continua a dividere la comunità internazionale e l’opinione pubblica.



“L’Azerbaigian è stato vittima, per circa 30 anni, dell’occupazione militare da parte dell’Armenia del 20% del suo territorio internazionalmente riconosciuto, incluse le regioni del Karabakh e dello Zangazur orientale dell’Azerbaigian. Tutti gli azerbaigiani che risiedevano in queste aree sono stati oggetto di una drammatica pulizia etnica e, se sopravvissuti, ridotti al ruolo di rifugiati e profughi per tre decenni. Circa 1 milione di azerbaigiani non hanno potuto far ritorno nelle proprie case. Oltre 20 mila azerbaigiani hanno perso la vita e più di 50 mila azerbaigiani sono rimasti feriti gravemente. Durante l’occupazione militare l’esercito dell’Armenia ha commesso numerosi crimini di guerra, incluso un genocidio nella città di Khojali, in cui sono stati brutalmente uccisi 613 civili azerbaigiani. Sono più di 4.000 gli azerbaigiani dispersi durante l’occupazione e l’Armenia fino ad oggi si è rifiutata di fornire informazioni su di loro”.

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“Nonostante l’Azerbaigian abbia cercato una soluzione negoziale al conflitto, l’Armenia ha sempre rifiutato di ritirare le proprie truppe militari, cercando di perpetuare l’occupazione militare. Per 30 anni i rifugiati e profughi interni azerbaigiani sono stati privati dall’Armenia della possibilità di far ritorno nelle proprie terre ed anche solo di visitare le tombe dei propri familiari. Solo nello scorso autunno, dopo 44 giorni di scontri causati da nuove provocazioni della parte armena, l’Azerbaigian ha potuto ripristinare la sua integrità territoriale, liberando i suoi territori e attuando le risoluzioni 822, 853, 874, 884 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 1993, che chiedevano il ritiro incondizionato, completo, immediato delle truppe dell’Armenia dai nostri territori, ma venivano ignorate dalla stessa Armenia. Purtroppo, anche durante quegli scontri ci sono state vittime tra i civili azerbaigiani, perché più di una volta l’Armenia ha deliberatamente mirato verso obiettivi civili dell’Azerbaigian, ben lontani dalla zona teatro delle operazioni militari, causando più di 100 civili azerbaigiani morti e più di 400 feriti”.

“Nonostante il fatto che l’Azerbaigian abbia potuto liberare i suoi territori dall’occupazione, i profughi azerbaigiani ancora non sono potuti rientrare nelle proprie case, poiché i territori sono stati sistematicamente devastati e rasi al suolo dalle forze militari dell’Armenia, e cosparsi di mine anticarro e antiuomo durante il periodo di occupazione. Durante il conflitto trentennale circa 3.000 azerbaigiani sono rimasti vittime dell’esplosione di mine anticarro e antiuomo, che l’Armenia ha disperso nei territori e di cui rifiuta di consegnare le mappe. Si ritiene che i territori liberati dell’Azerbaigian siano una delle aree più minate al mondo”.

“Con la liberazione dei suoi territori dall’occupazione militare armena, l’Azerbaigian ha posto fine alla guerra. Pertanto, ora è il momento di pensare alla pace e di voltare pagina. Le due Dichiarazioni Trilaterali firmate dai leader di Azerbaigian, Armenia e Russia a novembre 2020 e gennaio 2021, riflettono le condizioni per poter girare pagina, ripristinando una situazione di convivenza a cui l’Azerbaigian, paese multietnico e modello di multiculturalismo, è per sua stessa natura predisposto. Ma perché ciò avvenga, l’Armenia deve iniziare a collaborare. L’Azerbaigian più volte ha proposto all’Armenia la firma di un trattato di pace, sulla base del reciproco riconoscimento della sovranità, integrità territoriale e inviolabilità dei confini riconosciuti internazionalmente, proposta a cui l’Armenia non ha dato ancora nessuna risposta”.

“Solo dopo lo scorso novembre, circa 150 persone sono state uccise o rimaste ferite per l’esplosione di mine, la maggior parte delle quali civili. Recentemente sono stati raggiunti due accordi per la consegna delle mappe delle mine di una piccola porzione di territori liberati, in cui si trovano 190.000 ordigni, in cambio della liberazione di 30 detenuti armeni, arrestati dall’Azerbaigian perché introdotti sul suolo azerbaigiano per compiere atti di sabotaggio e terrorismo. Anche in questo caso l’Armenia tenta di ingannare l’opinione pubblica, presentando questi detenuti come prigionieri di guerra, ma non lo sono”.

“Sarebbero utili dei reportage dai territori liberati, che raccontassero al mondo il pericolo dei campi minati, che ancora causa tragedie umane e ostacola il ritorno dei profughi azerbaigiani alle proprie case nonostante la fine della guerra, e che svelassero la barbarie di cui l’Azerbaigian è stato vittima, le sofferenze del nostro popolo ed eventi, come il genocidio di Khojaly, del febbraio 1992, i cui autori, che sono stati alla leadership in Armenia per molti anni, rimangono ancora impuniti. Sarebbero utili gli inviti alla parte armena perché abbracci la pace, la cooperazione e la coesistenza, senza proseguire con affermazioni revanscistiche, sentimenti di odio nei confronti dei vicini ed aspirazioni a terre che, sia per storia, per cultura, che per il diritto internazionale, non le appartengono”.

Cordialmente,
Mammad Ahmadzada
Ambasciatore

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