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Roma, 21 set – Polizia di frontiera statunitense, a cavallo, che sembra frustrare migranti al confine con il Messico. Agenti cowboy che neppure nei peggiori western. Sono immagini brutali quelle diffuse dalla stampa americana e che hanno sollevato un notevole polverone. Immediato sdegno per un trattamento barbaro di fronte a più di diecimila persone provenienti per lo più da Haiti e che intendono entrare clandestinamente negli Stati Uniti. Di qui la reazione immediata: ma cosa fa il fulgido presidente Joe Biden, è razzista come il predecessore Donald Trump? Non può essere, suvvia.



La sinistra alla scoperta degli Stati Uniti

Eppur l’abbiamo invocato, incensato, osannato. Su di lui abbiamo riposto tutte le nostre speranze di un cambiamento, che poi – ma non staremo mica a guardare il capello – non era altro che un ritorno alla normale amministrazione dem. Quella apprezzabile in quanto tale, perché dai toni pacati, criticabili ma non troppo, sottovoce magari. E che sospirone di sollievo quando le elezioni sono andate come volevamo che andassero, togliendoci di mezzo l’ingombrante figura di quel fulvo tycoon.

Dunque no, non può essere che stia andando tutto a rotoli. Passi pure la figuraccia in Afghanistan, tomba degli imperi e ormai pure delle democrazie immacolate. In fondo la ritirata la decise Trump, lì dove si era impantanato a rinforzar stivali lo stesso Obama. Che altro poteva fare se non darsela a gambe il povero Biden? Nulla più che imbambolarsi allo Sleepy Joe’s café, per dirla col Bruce internazionale.

Il grosso guaio del politico amico

Fatto sta che il fenomeno dell’immigrazione manda sovente in cortocircuito le ipocrisie della sinistra. Per svicolare e uscire dall’impasse imbarazzante, si usa allora pronunciare la parola magica: razzista. E’ la chiave che apre tutte le porte della rispettabilità, basta affibbiare questa gentile etichetta al nemico di turno e il cielo sopra l’aureola progressista d’un tratto si rischiara. Il grosso guaio si presenta quando a decidere è chiamato il politico amico. Peggio ancora se il grattacapo si presenta a poche ore dal debutto all’assemblea generale delle Nazioni Unite, quando ti aspetti il solito insulso discorso pieno di aspettative sul wonderful world che verrà.

Biden razzista come Trump

Allora ti imbatti all’improvviso in titoli da Globalist: “L’America di Biden è razzista come quella di Trump”. Neanche lo sforzo di metter mano al sinonimo, la magic word è sempre quella: razzista. Quanti gattopardi albergano negli States, signori. Tutto è rimasto com’è, e ce ne siamo accorti adesso che pure il muro è sempre lì, dove anche Obama ne osservava i lavori in corso. “La mia amministrazione” intende aprire “una nuova era di diplomazia” con la fine della guerra in Afghanistan e “guiderà il mondo verso un futuro più pacifico“, tuona (si fa per dire) Biden all’assemblea Onu. E chi la sente la solita nenia americanocentrica Joe, ora chi ti ha benedetto ha le cuffie e il volume a palla. E’ lì a fischiettare Outside the wall. Psichedeliche illusioni di una canuta sinistra senza confini. E senza speranza.

Eugenio Palazzini



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