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Mosca, 20 set – Bielorussia e caso Navalny sono le micce che recentemente hanno riacceso la guerra fredda dei Paesi atlantici nei confronti della Russia. In particolare il presunto avvelenamento del discusso blogger Alexei Navalny viene utilizzato come pretesto per cercare di rompere definitivamente le relazioni tra Russia e Unione europea. Ma la risposta di Mosca alle accuse non si fa attendere e nei giorni scorsi la «Missione permanente della Federazione russa presso l’Unione europea» ha presentato ufficialmente un elenco di dieci domande sul caso Navalny che riportiamo di seguito.

Tutto quello che non torna nel caso Navalny

1) Perché avremmo dovuto avvelenare Navalny con un agente nervino militare, che è bandito dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw), in una città russa di mezzo milione di persone e quindi fare tutto il possibile per salvargli la vita e per lasciarlo andare in Germania dove si può identificare il Novichok?

2) Qual è il motivo per cui le autorità russe starebbero perseguitando Alexei Navalny, dato che il suo effettivo livello di popolarità è del 2%, secondo un recente sondaggio condotto nel luglio 2020 dall’istituto indipendente Levada Center?

3) Perché il governo tedesco è così riluttante nel fornire alle autorità russe (o a rendere pubblici) i risultati delle analisi tossicologiche di un laboratorio specializzato delle forze armate tedesche, se Berlino è convinta che il signor Navalny è stato avvelenato?

4) Si chiede al governo russo di trovare da solo prove e testimoni «da qualche parte in Siberia». È una coincidenza che alcune delle persone che hanno accompagnato il signor Navalny nel suo viaggio hanno lasciato la Russia per la Germania subito dopo l’incidente?

5) Perché i medici tedeschi dell’ospedale Charite evitano il dialogo professionale con i colleghi russi, nonostante le evidenti incongruenze dei sintomi, sull’analisi tossicologica e la diagnosi del signor Navalny?

6) Perché viene annunciato che l’agente Novichok è stato sviluppato dall’Unione Sovietica e poi dalla Russia, ignorando il fatto che nel corso degli anni esperti dei Paesi occidentali e dei centri Nato hanno sviluppato a loro volta prodotti chimici associati allo stesso gruppo?

7) Perché Navalny è stato accompagnato all’ospedale di Charite dalla polizia e da agenti dell’intelligence al suo arrivo a Berlino? Perché sono state adottate misure di sicurezza straordinarie molto prima della «scoperta» del Novichok?

8) Cosa c’è dietro la storia della bottiglia d’acqua con tracce di veleno? Né le telecamere a circuito chiuso né le fotografie mostrano che il signor Navalny l’abbia usata prima di decollare all’aeroporto di Tomsk. Come è arrivata questa bottiglia a Berlino?

9) Perché non un solo tossicologo, civile o militare, e nemmeno un medico della Charite, hanno espresso un parere qualificato sul caso, come invece hanno fatto i medici russi?

10) Perché esponenti politici tedeschi non hanno mai detto che il trasferimento delle prove era subordinato al consenso di Navalny prima del risveglio dal coma?

L’ennesima sconfitta dell’Europa

Tutti interrogativi ai quali difficilmente l’Ue fornirà una risposta. È sempre più evidente infatti come il caso Navalny non sia che un pretesto per la solita propaganda politica anti-russa. Il paradosso è che ad uscire sconfitta da questa vicenda è in primis l’Europa stessa. La decisione, sempre più probabile, di bloccare il gasdotto North Stream 2 non è che l’ennesima dimostrazione di come questa Ue non faccia che eseguire gli ordini americani anche quando questi sono palesemente in contrasto con l’interesse delle nazioni europee.

Lorenzo Berti

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