Roma 12 nov – Continua a salire la tensione in Kosovo, raggiungendo nelle ultime ore altissimi livelli di allarme nel nord del Paese. Dopo le ore 21 di ieri sera(domenica), diverse esplosioni e raffiche di Kalashnikov hanno riportato la mente della popolazione agli anni della guerra tra serbi e albanesi. I media locali informano che le esplosioni sarebbero avvenute nei pressi della località di Rudare e, per sicurezza e per protesta, oggi le scuole serbe delle regioni settentrionali dello Stato sono rimaste chiuse. Questa infuocata escalation di violenza arriva proprio a pochi giorni dall’accordo sulle targhe e i documenti serbi siglato a Bruxelles. Ora, però, ancora una volta gli occhi e le armi delle due etnie kosovare sono puntati sulle imminenti e già agguerrite elezioni. Elezioni che la presidente del Kosovo, Vjosa Osmani, ha annunciato saranno rinviate al 23 aprile anche a causa dell’aumento delle tensioni e degli sviluppi politici tra le parti.

Kosovo Serbs block the road near the village of Rudine, North Mitrovica, Kosovo December 10, 2022. REUTERS/Ognen Teofilovski

Tornano le barricate serbe al nord

Dopo l’arresto di un ex poliziotto serbo della polizia kosovara, avvenuto la scorsa settimana, la protesta della popolazione serba del Kosovo assume adesso proporzioni preoccupanti. Come anni addietro, in varie zone ora i patrioti serbi sono tornati a erigere barricate e blocchi stradali con mezzi e materiali di fortuna. Il nord del Paese sta inoltre vedendo un progressivo ritorno delle pattuglie Nato della Kfor e di Eulex, la missione civile europea che, al momento, stanno sollecitando la popolazione alla rimozione delle barricate. Ma se nelle strade imperversa la tensione, nelle istituzioni la situazione non sembra essere certo più moderata. Belgrado ha infatti annunciato questa mattina la convocazione di una riunione d’emergenza del Consiglio per la sicurezza nazionale, della quale tutta Europa attende con apprensione il risultato.

Pristina avverte di un ritorno alla guerra

Se i serbi tornano ad alzare la testa e la voce dopo le ultime prepotenze subite da Pristina, è proprio il premier kosovaro, Albin Kurti, a puntare adesso il dito contro Belgrado. Il presidente albanese del Kosovo ha dunque accusato i serbi di sostenere le attività criminali nelle regioni del nord, e voler far entrare truppe dell’esercito serbo. Nel corso della conferenza stampa odierna, Kurti ha espresso la volontà di “un futuro democratico e prospero per il Kosovo mentre la Serbia vuole tornate al passato segnato dalla guerra. Il passato deve rimanere tale. Noi siamo un governo di pace che vuole garantire la sicurezza per tutti i cittadini senza distinzione di etnia, religione, sesso o età”. Denunciando la nuova avanzata serba nel Kosovo, Kurti ha ricordato come in questi anni nel nord del Kosovo abbiano continuato a operare strutture parallele legate a Belgrado, tornando infine sull’annosa questione delle targhe automobilistiche, del commercio con i dinari serbi e di vari altri servizi pubblici alternativi a Pristina.

I serbi non sono più disposti a subire

Il presidente della Repubblica di Serbia, Aleksandar Vučić, ha però anch’esso chiesto al comandante della Kfor il ritorno delle forze di sicurezza serbe in Kosovo e Metohija. La risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, conferma la ragione nel numero concordato di personale militare e di polizia serbo, autorizzato a tornare in Kosovo per svolgere funzioni di pubblica sicurezza previste nell’allegato 2. Il Presidente della Repubblica, leggendo parte del testo concordato, ha affermato che fino ad oggi non ci sono state discussioni con la KFOR sul ritorno dell’Esercito e della Polizia della Repubblica di Serbia, aggiungendo che non si fa illusioni e che sa che essi rifiuterà questa richiesta. Belgrado annuncia quindi ora una battaglia legale e formale per rivendicare i diritti serbi sanciti dalle stesse Nazioni Unite, sottolineando di aver sopportato abbastanza, scendendo innumerevoli volte a compromessi, e che Pristina ha fatto di tutto per rendere impossibile la vita ai serbi del Kosovo.

Andrea Bonazza

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