Roma, 21 nov — «Femminista e islamista», «mio il velo, mia la scelta» per rifare il verso al più famoso «my body my choice» delle abortiste, e «il mio Corano, le mie leggi»: con questi slogan scritti su cartelloni e fasciate integralmente da veli il collettivo identitario femminile francese Collectif Némésis si è provocatoriamente infiltrato nella manifestazione delle femministe antifasciste Nous toutes contro la cosiddetta «violenza di genere».

Femminista e islamista: la provocazione di Collectif Némésis

Il risultato? Le ragazze di Némésis, irriconoscibili con i volti celati dai veli, sono state lasciate libere di manifestare. Nessuno ha messo in discussione l’incoerenza dello stridente binomio «femminista e islamista», nessuno ha contestato la loro presenza. Non hanno battuto ciglio le organizzatrici di Nous toutes: e pensare che si erano dimostrate così solerti nel cacciare le Némésis dalla manifestazione del 2021, quando queste arrivarono mostrando cartelli contro gli stupri e gli omicidi commessi dagli immigrati. L’incursione delle identitarie francesi dimostra (se ce ne fosse ancora bisogno) come le neofemministe «intersezionali», costantemente sul piede di guerra contro il maschio eterosessuale bianco, chiudono beatamente gli occhi di fronte ai crimini atroci compiuti da immigrati provenienti da culture non assimilabili in alcun modo dalla società francese — e in generale da quella europea.

L’ipocrisia del neofemminismo

Lo spiega lo stesso Collectif Némésis postando su Twitter le foto dell’azione: «Alla manifestazione Nous toutes abbiamo dimostrato ancora una volta l’ipocrisia del neofemminismo: quando arriviamo con cartelli che denunciano gli stupri commessi dai migranti veniamo cacciate. Ma con i cartelli “Femministe e islamiste” possiamo manifestare in pace». E ancora: «In Francia nel 2022, puoi definirti una “femminista islamista” e manifestare tranquillamente, ma non puoi partecipare alle manifestazioni femministe se parli di stupri commessi da persone immigrate senza essere attaccata da manifestanti e attivisti antifa». Insomma, ubi allogeno, femminismo cessat (o per lo meno scende a zuccherosi compromessi). La presenza di donne che professano l’improbabile binomio di islamismo e femminismo non fa battere ciglio alle femministe, che anzi vanno in brodo di giuggiole per l’inattesa, gradita incursione migrante.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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