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Erdogan golpe in Turchia GulenAnkara, 18 lug – A poca distanza temporale dal fallito golpe militare in Turchia si comincia a delineare, pur tra mille interrogativi, un quadro più chiaro della situazione: l’analisi delle reazioni di Erdogan rimane lo strumento più efficace. Ad oggi, risultano oltre 300 i morti, oltre 1.400 feriti, 3.000 i militari arrestati per aver preso parte al golpe, 2.745 i magistrati rimossi dal governo nelle ore successive al fatidico venerdì sera. Delle 300 vittime, cifra comunque destinata ad aumentare nei prossimi giorni, la maggior parte apparterrebbero alle file dei golpisti, o meglio complottisti come vengono definiti dalla stampa turca, molti dei quali sono soldati e civili, sgozzati e decapitati in strada o gettati dai ponti dai filo-governativi. Modalità che ricordano i primi eventi della cosiddetta rivoluzione siriana, quando i terroristi islamisti, in abiti civili, cominciarono i primi attacchi contro i soldati siriani. Artefici come allora le frange più oltranziste della Fratellanza Musulmana che in Turchia vestono gli abiti dei sostenitori dell’AKP, il Partito della giustizia e dello sviluppo di Erdogan. Sulle epurazioni, saranno mesi di sangue in Turchia, ma avere subito pronta una lista di circa tremila magistrati da “rimuovere”, la dice lunga sulla prevedibilità del golpe. Non crediamo che sia tutta una messa in scena a suo vantaggio ma una cosa è certa, Erdogan sapeva, ha organizzato le sue contromosse ed ha atteso gli eventi. Le veloci accuse contro il rivale Fethullah Gulen, in esilio volontario negli Stati Uniti, sono la riprova che tutti gli ambienti istituzionali, delle forze armate e di altri apparati statali, saranno epurati scientificamente dai sostenitori di quest’ultimo. La sinergia politica tra Gulen ed Erdogan si interrompe definitivamente nel 2013, quando il governo venne investito dal grosso scandalo di corruzione che costrinse il presidente turco a rimuovere numerosi ministri e funzionari. Secondo quest’ultimo, l’attacco mosso dalla magistratura fu orchestrato da Gulen per rovesciare il governo, e la risposta non si fece attendere, vennero epurati numerosi magistrati, approvato un provvedimento per la chiusura delle scuole private (dershane) legate al predicatore e la sua organizzazione inserita nella lista dei movimenti pericolosi per la stabilità della Turchia. L’attacco alla sede del giornale Zaman, il quotidiano più venduto in Turchia, fortemente legato al gruppo-Gulen, fu solo una delle misure della repressione di Erdogan.



Ma chi è Fethullah Gulen? E’ ritenuto il più importante teologo islamico moderno e scienziato politico della Turchia. Dalle colline della Pennsylvania guida “Hizmet”, un potentissimo movimento religioso che gestisce oltre 1.000 madrase sparse in tutto il mondo, con un patrimonio stimato di oltre 25 miliardi di dollari. La gestione di migliaia di istituti di istruzione ha permesso al movimento gulenista di inserirsi nei gangli vitali dello stato turco (e non solo…) e delle istituzioni, con milioni di sostenitori, tra magistrati, funzionari, militari e pubblica amministrazione. Durante la guerra in Cecenia negli anni ’90, uno dei primi provvedimenti del governo russo fu vietare e chiudere le scuole di Gulen che nel frattempo erano state aperte in tutte le repubbliche ex sovietiche appena questa si disgregò. Gulen, in contrasto con Erdogan per la guida del potere in Turchia, al pari del presidente turco non è certo un musulmano “moderato”, sotto l’immagine del personaggio pubblico che promuove il dialogo interreligioso, le idee dell’islam politico sono ben chiare: aspra critica alla laicità dello Stato, ruolo centrale della Turchia come guida dei paesi musulmani e dell’Asia centrale, grande influenza della religione abbinata alle regole democratiche. Insomma le divergenze con Erdogan sono maggiormente motivate da contrasti di potere piuttosto che da questioni ideologiche.
E veniamo al ruolo delle Forze Armate turche nel tentativo di colpo di stato della scorsa notte, a quanto pare poco coordinato e non comprensivo di tutte le componenti (la Marina militare turca ha infatti subito escluso ogni suo coinvolgimento nel fallito putsch militare). Sicuramente c’è molta approssimazione e superficialità, soprattutto nelle analisi diffuse dalla stampa e dai media italiani, sull’anima politica dei militari turchi. Le forze armate di Ankara, secondo esercito più numeroso della NATO, non hanno più come in passato quel ruolo granitico di difensori della laicità e del modello kemalista alla base della Turchia moderna. A loro interno sono divise in vari gruppi di potere, molti dei quali, anche a causa delle continue epurazioni di Erdogan e della crescita che quest’ultimo ha saputo assicurare al complesso industriale militare, non si sono effettivamente schierati contro il “Sultano”. Quelle forze che ancora molti stimano come garanti della Turchia kemalista, hanno subito nel tempo una vera e propria “islamizzazione” e non solo dovuta all’astuzia di Erdogan e del suo partito l’AKP.

Già nel 1980, durante il colpo di stato del 12 settembre, i militari autori del golpe introdussero nella nuova costituzione del 1982 l’articolo 24 che autorizzava l’insegnamento obbligatorio della religione e dell’educazione morale. Questo fu un provvedimento senza precedenti nella storia politica del paese e inserito nel contesto di quegli anni, fu motivato come un tentativo di placare la popolazione (e tranquillizzare le masse) e contenere l’aumento della violenza politica che nel corso del 1970 aveva raggiunto proporzioni di guerra civile. Da una più attenta analisi, questi provvedimenti poco consoni ad una forza dichiaratamente “custode della laicità dello Stato”, potrebbe anche sembrare, nel contesto della guerra fredda, ancora viva in quegli anni, che l’esercito turco abbia agito in conformità con lo schema di utilizzare l’Islam come arma contro il comunismo e l’infiltrazione sovietica. Infatti, poco più ad est, la guerra in Afghanistan, con l’invasione delle truppe sovietiche, aveva indotto gli Stati Uniti, a finanziare ed organizzare, nel vicino Pakistan, le scuole coraniche per incitare e fomentare i popoli musulmani, alla guerra santa contro l’invasore russo. Da allora, dai primi anni ’80, il governo USA e le sue agenzie di sicurezza, cominciarono ad utilizzare il terrorismo islamico come arma geopolitica. Per tornare alla Turchia, il provvedimento costituzionale del 1982, voluto dai militari, contribuì a gettare il dado, abilmente preso nel tempo, dalle formazioni dell’Islam politico, come l’AKP di Erdogan, che negli ultimi anni ha imposto anche una rivisitazione sull’insegnamento nelle scuole dei principi kemalisti, reinterpretato e adattato alle condizioni contemporanee. Le forze armate turche e quelle di polizia, sulle quali comunque Erdogan ha un forte anche se non totale controllo, sono infiltrate da appartenenti al movimento Hizmet di Gulen, e questo, al netto del coinvolgimento di quest’ultimo nel colpo di stato, può quantomeno essere utile a capire quanto sia ben poco rimasto nell’ideologia politica dei militari turchi dei principi laici del fondatore della Patria, Ataturk. Un altro aspetto da non sottovalutare è che comunque storicamente per laicità, in Turchia, non si è mai inteso il rispetto delle minoranze etnico-religiose, neanche da parte dei militari. Ora la situazione sembra però aggravarsi, prima del colpo di stato oltre 700 tra ufficiali e soldati sono stati epurati dalle forze armate perché appartenenti o di origine alevita (da non confondersi con gli alawiti della vicina Siria), una grande minoranza (oltre un quinto dell’intera popolazione) della Turchia. Da parte governativa è stata diffusa la notizia che uno dei capi dei golpisti, il colonnello Muharrem Kose, era di origine alevita e, proprio in queste ore, sono in corso attacchi da parte dell’Esercito turco, che sta mettendo a ferro e fuoco molti quartieri e cittadine alevite soprattutto nell’est e nel sud-est del Paese. Una situazione che tuttavia è degenerata da anni, una parte della Turchia, vive uno stato di continua guerra con l’esercito che distrugge intere zone, non solo curde, e aggravata con la presenza di migliaia di terroristi islamisti, foraggiati ed organizzati dal governo turco, che hanno nel sud della Turchia le loro retrovie del fronte siriano.

Il contrasto di queste ore tra Turchia e USA per via dell’isolamento della base NATO di Incirlik (Erdogan ha infatti disposto la chiusura dello spazio aereo sulla base, inibendo così ufficialmente le operazioni aeree statunitensi contro l’Isis, chiudendone inoltre la fornitura di energia elettrica) testimonia non solo che tra le file dei militari golpisti c’erano elementi del Comando NATO ma è sicuramente la prova più lampante che Washington non poteva non sapere. In conclusione, gli attori sia interni che esterni favorevoli ad un cambio di guida in Turchia sono numerosi, a cominciare dai paesi occidentali, che come da prassi hanno atteso in finestra, alcuni dei quali come gli Stati Uniti, sapevano cosa sarebbe accaduto ad Ankara ed Istanbul venerdì sera o altri che comunque si sono sbilanciati, come la Cancelleria tedesca con la negazione del visto al presidente turco, vittime della velocità degli eventi e del maldestro tentativo di golpe. La concomitanza dell’incontro Kerry-Lavrov a Mosca durante il tentativo di colpo di stato non è da sottovalutare, anche se negli ultimi tempi le pressioni della Russia sulla politica turca ed un certo disgelo con Ankara sembra stia dando i suoi frutti. Per quanto riguarda Erdogan, sicuramente nel breve periodo si avvantaggerà della cocente sconfitta dei golpisti, eliminando ancor più violentemente l’opposizione interna e approfittando anche di un maggiore e nuovamente in salita sostegno popolare. Nel lungo periodo però la Turchia corre il rischio di essere ancor più una polveriera, con le irrisolte questioni curde e con un’incontrollabile proliferazione di elementi del terrorismo islamista che ha foraggiato. Le prossime mosse del Sultano di Ankara, tra le quali il conflitto siriano, la distensione con la Russia ed anche con l’Iran, saranno vitali. La miccia ormai è accesa e corre inesorabile.

Giovanni Feola



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