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Roma, 13 gen – Strategic Communication Laboratories (SCL) è specializzata nelle strategie di influenza su governi e organizzazioni militari. Celandosi dietro un reticolo di società, è collegata alle elezioni in Ucraina e in Nigeria e ha anche dato ausilio alla monarchia in Nepal durante le ribellioni. Con sede a Londra, Cambridge Analytica (CA) appartiene al gruppo di SCL ed è registrata in Delaware. Il proprietario della società è il miliardario Robert Mercer: ultraconservatore, scettico in materia di cambiamenti climatici e a favore delle armi, ha finanziato Cambridge Analytica con una quindicina di milioni di dollari. Mercer è vicino a Steve Bannon, membro del consiglio di amministrazione nonché direttore esecutivo di Breitbart news, media politico ultra conservatore e vicino all’estrema destra americana, sul quale Mercer ha ugualmente investito. L’inglese Alexander Nix è il presidente e il direttore generale di Cambridge Analytica: ha impostato la società come un segmento di SCL rivolto agli elettori di più di quaranta campagne politiche negli Stati Uniti e in vari Paesi dei Caraibi, America del Sud, Europa, Africa e Asia. Tra le altre società dell’ecosistema di SCL compare AggregateIQ (AIQ), una società di consulenza canadese specializzata in politica e utilizzo dei dati provenienti da fonti diverse per delineare profili psicologici. Fondata nel 2013 da Zack Massingham, un ex-amministratore universitario, all’interno di AIQ lavorava anche Christopher Wylie, il quale sarebbe in seguito passato a Cambridge Analytica.

Il più estremista dei partiti pro-Brexit, il movimento Leave.EU, ha annunciato nel novembre del 2015 di aver commissionato a Cambridge Analytica degli studi. Secondo il responsabile alla comunicazione di Leave Eu, Andy Wigmore, il lavoro sarebbe stato svolto gratuitamente da CA in quanto Nigel Farage, leader del Partito per l’indipendenza del Regno Unito (UKIP), era un amico della famiglia Mercer. I due movimenti ufficiali della fronda pro-Brexit, UKIP e Leave.EU, disponevano per il referendum di un budget di 7 milioni di sterline. Il 40% del “Vota per lasciare l’UE” è andato a AggregateIQ, incaricata di utilizzare il database di Cambridge Analytica per influenzare quanto alcuni elettori avrebbero visualizzato sui social media, secondo Christopher Wylie. Incrociando i dati ottenuti dalle società (abitudini culturali, sociali, religiose degli utenti…) e i milioni di dati estratti dai profili Facebook, AIQ individuava quegli individui chiave che si pensava potessero cambiare il risultato dello scrutinio. È così che si sono diffusi dei mini spot online, visibili solo a obiettivi specifici. Con l’appoggio di altri gruppi a favore della Brexit – BeLeave, i veterani Veterans for Britain e il Partito Unionista Democratico dell’Irlanda del Nord – i messaggi sono stati poi ripresentati anche su Facebook tramite AIQ. Christopher Wylie, il giovane informatore all’origine della fuga dei dati Facebook, ha svelato che AIQ collaborava con Cambridge Analytica al fine di sostenere la campagna Brexit, aggirando il tetto di spesa per sopraffare gli elettori di messaggi e di fake news. Si pensa che, senza AggregateIQ, i conservatori non avrebbero potuto vincere il referendum, il cui esito è stato deciso con meno del 2% di voti di scarto.

Christopher Wylie ha inoltre confermato l’implicazione in Cambridge Analytica di Steve Bannon, il quale si sarebbe recato a Londra almeno una volta al mese. Per Steve Bannon il Regno Unito costituiva un grande polo culturale; per molti americani, un Paese di persone con un buon livello di formazione. Se è stato possibile stimolare un movimento populista nel Regno Unito, allora era possibile ripetere il modello anche negli Stati Uniti. Il Regno Unito ha perciò rappresentato per Cambridge Analytica una straordinaria opportunità per testare il suo approccio alla comunicazione definito rivoluzionario, all’altezza di un Paese europeo, in previsione della campagna di Donald Trump per le presidenziali, per la quale Cambridge Analytica sarebbe stata incaricata di pianificare e realizzare delle campagne pubblicitarie in rete e sui social network, individuando le tendenze per campione di elettorato.

Le sfide elettorali dietro a questo business hanno naturalmente smosso i parlamentari inglesi, i quali hanno accusato Cambridge Analytica d’aver agito nella campagna della Brexit, dichiarazione respinta dalla società. Nell’audizione parlamentare “Testimonianza sull’Indagine sulle Fake News”, l’ex dirigente allo sviluppo di SCL Brittany Kaiser ha affermato che erano stati più di 87 milioni gli utenti Facebook coinvolti e che i dati raccolti erano andati a favore del fronte del “sì” alla Brexit. Le informazioni private dei cittadini britannici erano state utilizzate illecitamente durante la campagna del referendum. Brittany Kaiser ha inoltre fornito ai parlamentari svariati documenti, poi resi pubblici, a sostegno della sua testimonianza. Kaiser ha inoltre affermato che alcuni dipendenti di Cambridge Analytica avevano più volte incontrato i rappresentanti del partito euroscettico UKIP e l’organizzazione Leave.EU, ma anche gruppi come Eldon Insurance, proprietà di Arron Banks, uomo d’affari, finanziatore dell’UKIP e co-fondatore di Leave.EU. Sempre Kaiser, durante l’audizione presso il Comitato DMCS della Camera dei Comuni, ha dichiarato: “Penso perciò che ci siano solide basi per ritenere che l’utilizzo illecito dei dati fosse pratica diffusa tra le organizzazioni e i movimenti a cui fa capo Arron Banks”. Per quanto riguarda l’ex dipendente di Cambridge Analytica Christopher Wilye, nel corso di un’audizione di fronte ai deputati inglesi ha ammesso che AIQ lavorava per la fronda del “Sì Brexit” durante il referendum, probabilmente violando il regolamento sulle spese della campagna. Ha poi dichiarato di aver sostenuto la campagna a favore dell’uscita del Regno Unito, ma di disapprovare l’attività illegale di Cambridge Analytica a supporto del “sì alla Brexit”.

Il parlamento inglese aveva convocato anche Mark Zuckerberg affinché chiarisse i suoi legami con Cambridge Analytica, ma l’Ad di Facebook ha declinato l’invito. In un comunicato del social network, la società applicava sistemi difensivi contro la pirateria e la violazione della privacy, considerando che Aleksandr Kogan ha prima di tutto chiesto e ottenuto il consenso dagli utenti.

Tramite una procedura rarissima, nel novembre del 2018, il parlamento inglese è riuscito a reperire dei documenti a uso interno di Facebook, i quali erano in possesso di Ted Kramer, il capo di una startup americana in causa contro il social network. In particolare, i documenti trattavano le decisioni prese da Facebook in materia di controllo dei dati e rispetto della privacy, che hanno poi condotto al caso di Cambridge Analytica. Tra i documenti comparivano anche le mail di natura riservata tra i dirigenti e Mark Zuckerberg.

Dopo parecchi mesi dallo scoppio dello scandalo, Cambridge Analytica ha chiuso nel maggio 2018. Ciononostante, gli algoritmi e i database non sono stati eliminati: si è provveduto a realizzare piuttosto una nuova configurazione giuridica e finanziaria. Al centro di questa galassia gravita Brad Parscale, titolare di una piccola impresa web sita a San Antonio, che lavora per il gruppo immobiliare Trump. Nel 2015 Donald Trump lo aveva nominato responsabile all’informazione digitale della sua campagna. Nell’ottobre del 2017 Parscale aveva dichiarato alle reti CBS che aveva capito da subito che Trump sarebbe riuscito a vincere grazie a Facebook (…). Durante la campagna per le presidenziali, Parscale e la sua squadra sarebbero stati aiutati dai dipendenti di Facebook, che lavoravano presso le sue sedi. Alcuni potrebbero farsi delle domande su questa coincidenza.

Ancora una volta non possiamo non osservare come la guerra delle informazioni attraverso il social network svolga un ruolo sempre più importante e sempre più rilevante per condizionarsi alle scelte politiche sia le scelte sociali.

Giuseppe Gagliano

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