13275372_10209542673270571_1316343426_oBeirut, 26 mag – C’è un giorno di maggio, incastonato nella nostra storia d’italiani, che ci lega, inconsapevolmente per i più, ad un altro piccolo grande paese mediterraneo, il Libano. Il 24 maggio 1915, in Italia, “l’esercito marciava” oltre il Piave e i nostri fanti cominciavano la “santa guerra” di liberazione delle regioni irredente della nostra penisola, una marcia che quattro anni più tardi vedrà, come cita il bollettino Diaz sulla vittoria ” i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo” ritirarsi sconfitti oltre i confini italiani. Un esercito potente, ben equipaggiato e figlio di una tradizione militare imperiale sconfitto e respinto da un esercito nazionale neonato, anzi in nuce, composto da italiani di regioni, tradizioni e addirittura dialetti differenti, un esercito popolare fatto di ufficiali piccolo borghesi e di giovani universitari come di braccianti e di emigrati, un esercito che sulla carta non avrebbe potuto nulla conto la mostruosa macchina bellica austro-ungarica ma che nella redenzione della patria, nella difesa dei confini e nella fede in una causa sacra riuscì a trovare la vittoria.

Un giorno, una causa e un fiume da attraversare per riconquistare i territori occupati dallo straniero così come, molti anni più tardi, faranno i volontari del partito di Dio libanese, gli Hezbollah, contrapposti al temuto e potente Tzahal, l’esercito israeliano, che ha occupato la regione sud del Libano oltre il fiume Litani. Una battaglia persa in partenza, “un suicidio” lo avevano definito in molti criticando la decisione della giovane classe dirigente del movimento che lottava contro un nemico così forte, ma che il 25 maggio del 2000, spossato, demoralizzato e fortemente indebolito lascia il Paese dei cedri e si ritira. Un’altra vittoria.

Da quel giorno il 25 maggio di ogni anno in Libano è festa nazionale, nel sud si espongono le bandiere gialle con l’effige di Hezbollah, e si onorano i martiri caduti in combattimento nei mausolei allestiti in ogni città del paese. Quest’anno la manifestazione principale, quella che vede sfilare le alte sfere del partito e centinaia di migliaia di sostenitori si è tenuta non lontano da Beirut, nei dintorni della città archeologica di Balbeek, in una piccola cittadini a ridosso delle montagne che segnano il confine tra il Libano e la Siria, montagne in cui, qualche mese fa i miliziani di Hezbollah erano intervenuti al fianco dell’esercito regolare siriano contro le formazioni terroristiche islamiste che avevano occupato alcuni villaggi nella zona.

Nella piazza della città è stato allestito un palco con un maga schermo contornato dalle gigantografie dei comandanti del Partito di Dio caduti negli anni, il più assassinati dalle operazioni mirate israeliane che non si sono interrotte neanche con il coinvolgimento degli Hezbollah nella lotta antiterroristica in Siria dove pochi giorni fa è stato ucciso, con un colpo chirurgico, un altro importante comandante militare dell’organizzazione, in Siria per coordinare l’azione anti Isis. La folla è quella delle grandi occasioni ci sono persone di ogni età che si affrettano a prendere un posto difronte al palco dove, per intrattenere il pubblico, un’orchestra suona l’inno del partito e dove apparirà il segretario del partito Sayyed Hassan Nasrallah, figura leggendaria della resistenza libanese.

Per motivi di sicurezza il segretario di Hezbollah appare rarissime volte dal vivo, e in questo periodo, con le tensioni in Siria e la costante minaccia israeliana il messaggio del “capo” della resistenza viene trasmesso in video ad una piazza che comunque non gli fa mancare il suo sostegno intonando slogan e applaudendo ai passaggi salienti del lungo discorso. “Temo che sarà una estate calda” profetizza Nasdrallah. La crisi siriana, il montare dei gruppi integralisti (acerrimi nemici degli sciiti libanesi) e alcune bellicose dichiarazioni del governo israeliano non fanno prevedere nulla di buono, in più c’è la partita della presidenza statunitense aperta che deciderà quale politica adotteranno gli Usa nei 13287930_10209542673390574_239158212_oprossimi anni a seconda che vinca la Sig.ra Clinton, falco democratico, attivissima in politica estera o l’istrionico magnate Trump tendenzialmente isolazionista e conservatore che vedrebbe meglio le truppe Usa combattere sul confine messicano contro i profughi che sparpagliate per il mondo in guerre scomode e costose con alleati infidi e imbarazzanti, Arabia Suadita in primis, troppo spesso beccati a flirtare con i terroristi di mezzo mondo.

La piazza è stracolma di giovani, tutti con le bandiere e i colori del partito, sono centinaia anche le donne che partecipano al comizio fasciate splendidamente nei tradizionali veli sciiti che ne incorniciano i volti, le prime file sono riservate alle personalità di spicco, religiose o politiche e i turbanti degli shaykh e degli imam si alternano alle uniformi della rappresentanza dell’esercito libanese presente, segno di distensione tra il partito e lo stato che ha trovato nella resistenza degli Hezbollah un supporto alla difesa nazionale. Il segretario parla per quasi un’ora e mezza e il pubblico ne è ipnotizzato, il carisma del leader cattura e infiamma la folla che lo saluta, dopo aver ricevuto una benedizione di commiato, urlano lo slogan simbolo della fedeltà alla leadership del partito “labeika” cioè “agli ordini” e il lungo applauso chiude la giornata mentre sottopalco si abbracciano i combattenti, giovani e meno giovani, che ancora animano la resistenza libanese.

Alberto Palladino

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Alberto Palladino
Nato a Roma, classe 1987. Studia Scienze storiche e cooperazione internazionale all’università Roma 3 e da qualche anno ha iniziato a percorrere la strada professionale del reporter. Fino ad oggi, nonostante le difficoltà che incontra chi lavora in questo settore da indipendente, è riuscito a coprire alcuni degli scenari di crisi più importanti di questi ultimi anni provando a raccontare, fra gli altri, la secessione in Ucraina e la guerra antiterroristica in Siria. Collabora con importanti testate nazionali e straniere. Ha realizzato reportage dal Kosovo, embedded con la missione italiana, dall’Azerbaijan e dai luoghi di eventi importanti e tragici come gli attacchi di Parigi. Ha collaborato alla realizzazione di progetti umanitari con la onlus Solidarité Identités e la onlus Popoli in molti dei Paesi da cui poi ha scritto per questa testata: Kosovo, Birmania, Siria. Ha viaggiata nella Siria devastata dal terrorismo scattando foto e aiutando i bisognosi, sublimando al massimo la sua vocazione. Per il Primato Nazionale anima la redazione esteri e propone i suoi scatti fotografici per far aprire gli occhi ai lettori, perché è persuaso che nel mondo di oggi non è più sufficiente guardare, bisogna vedere.

4 Commenti

  1. Penso che solo in un paese di sottomessi e pecoroni, come è adesso l’italia e l’europa tutta, si può inserire hezbollah in una lista terroristica.

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