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Roma, 16 nov – Avete dubbi sulla costituzionalità di coprifuoco e divieto di spostamenti? Oppure temete che le app di tracciamento vìolino la vostra privacy? Lasciate perdere, non affannatevi, la fila per ottenere il gallone del complottista – gentilmente assegnato dall’ortodossia mediatica – è lunga e stancante. Ma soprattutto, a prescindere dalla fondatezza dei vostri timori, se vivete in Italia potete ritenervi quasi fortunati. Altrove c’è infatti chi è alle prese con un livello di monitoraggio decisamente più sofisticato e all’avanguardia. Oltreché inquietante, ça va sans dire. E’ il caso degli utenti social israeliani, che vengono osservati da un’unità speciale dell’esercito costituita ad hoc per prevenire gli assembramenti.

Alon Command, l’esercito vi osserva

Si tratta dell’Alon Command, che ha lanciato un programma di sorveglianza dei social network visto che le misure restrittive del governo di Tel Aviv non stanno dando i frutti sperati. Dopo il lockdown totale imposto nel mese di ottobre, adesso in Israele sono in vigore disposizioni che prevedono limiti a spostamenti e assembramenti, giudicate però insufficienti. Ecco allora che l’esecutivo israeliano ha pensato di dar vita a un controllo capillare del web, impiegando ben 2.800 militari – alcuni dei quali prestano servizio nell’intelligence e sono quindi esperti in materia – al lavoro a turno 24 ore su 24. Come spiegato dal quotidiano Haaretz, le informazioni raccolte vengono inoltrate alla polizia in modo che gli agenti possano intervenire impedendo gli eventi programmati dai cittadini.

Pare che il lavoro dell’Alon Command abbia già ottenuto dei risultati, prevenendo una serie di rave party all’aperto e diversi matrimoni con troppi invitati. In certi casi, allorquando i militari individuano utenti che annunciano di voler interrompere arbitrariamente la quarantena oppure pubblicano foto in cui sono ritratti in luoghi pubblici affollati, sui monitor (dei pc o degli smartphone) delle persone “pizzicate” appaiono messaggi scoraggianti. Della serie: siete stati beccati, tornatevene a cuccia. L’esercito di Tel Aviv sostiene che questo metodo di sorveglianza sia efficace e abbia ridotto il potenziale di trasmissione del coronavirus. Ma in Israele, comprensibilmente, si è scatenata la bufera perché molti cittadini ritengono il monitoraggio dei social una palese violazione della privacy nonché un’operazione da “Stato di polizia”.

Un meccanismo ben oliato

Oltretutto si tratta di un modus operandi analogo a quello utilizzato con i palestinesi che vivono a Gaza e in Cisgiordania. Nel 2015, quando si verificarono diversi accoltellamenti e attacchi compiuti da cosiddetti “lupi solitari”, ovvero non rivendicati da alcuna organizzazione, l’IDF e il servizio di sicurezza Shin Bet iniziarono a monitorare intensamente i post sui social media dei giovani palestinesi. Vennero allora ideati vari metodi per segnalare potenziali attentati, con gli eventuali esecutori individuati già nelle prime fasi di pianificazione. Quei meccanismi pensati e collaudati per contrastare gli attacchi palestinesi, ora vengono estesi alla popolazione israeliana e generano non pochi malumori.

Eugenio Palazzini

 

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