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Istanbul, 22 ott – Domani sarà il giorno della verità, o almeno di un altro tassello importante sul caso Jamal Khashoggi, il giornalista ucciso dentro il consolato saudita a Istanbul. Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha annunciato che martedì, infatti, rivelerà i dettagli delle indagini turche sulla morte del giornalista. Lo ha riferito nel corso di un comizio, parlando di “cruda verità”, aggiungendo che Riad deve dimostrare il suo non coinvolgimento nella scomparsa del giornalista dal momento che le prime spiegazioni relative a questo caso non sono convincenti.
I sauditi, però, hanno già ammesso di aver ucciso Khashoggi, nel corso di una colluttazione dentro il consolato e che per questo motivo 18 cittadini sauditi sono stati arrestati e 2 funzionari di primo piano dei servizi segreti e della sicurezza dello Stato saudita sono stati rimossi dall’incarico su disposizione del re.Una versione, quella dei sauditi, che anche dal presidente americano Donald Trump, in un primo tempo è stata ritenuta credibile, fatto salvo che in seguito la dichiarazione di Trump è stata corretta e il presidente americano ha affermato che da Riad ci sono stati “inganni e bugie”.
Sebbene nessuno creda quindi alla verità che i Saud forniscono sulla morte del giornalista, non si parla di sanzioni. O meglio, le sanzioni sono state ventilate, ma nessuno è deciso a metterle in pratica. Gli Stati Uniti in primis, che dopo aver lanciato il sasso nascondono la mano e affermano che è ancora presto. Dopo Trump, che ha dichiarato di voler prima parlare con Riad, anche il segretario al tesoro americano, Steve Mnuchin, dimostra la sua cautela. Imminente è la sua missione in Arabia Saudita da Israele, dove si trova attualmente, per rafforzare la campagna contro l’Iran e per ribadire che le relazioni strategiche tra Usa e Arabia Saudita sono troppo importanti per essere accantonate. Alla faccia di Khashoggi.
Anche il Regno Unito frena sulle sanzioni e sebbene non creda alla versione di Riad, il governo Tory di Theresa May “non intende metter fine alle relazioni con l’Arabia Saudita“. Il ministro per la Brexit Dominic Raab ha affermato: “Noi non intendiamo tirarci indietro e mettere fine alle relazioni con l’Arabia Saudita. non solo per l’enorme numero di posti di lavoro britannici che da esse dipendono, ma anche perché per esercitare un’influenza sui tuoi partner devi essere in grado di dialogare”.
Ma perché attorno a Jamal Khashoggi si è creato tutto questo timore ad andare contro Riad? Il giornalista era un editorialista del Washington Post ed era noto per le sue critiche alla politica delle autorità saudite. In particolare feroci i suoi attacchi nei confronti dell’intervento militare di Riad in Yemen. Un uomo scomodo, che aveva più volte intervistato nel corso della sua carriera Osama Bin Laden e che ha ricoperto a lungo il ruolo di capo ufficio stampa della famiglia reale saudita. Chi meglio di lui poteva conoscerne gli intrighi?
Ucciderlo, secondo gli analisti di mezzo mondo, è stato un grave errore strategico da parte di Riad, e del principe Mohammed Bin Salman, che ha dimostrato una grande cecità in fatto geopolitico mettendo a rischio le alleanze con i partner strategici dell’area, Israele in testa. Proprio per questo motivo dal ministro degli Esteri saudita arriva una difesa quasi strampalata: la morte di Jamal Khashoggi è stata “un’operazione scellerata” e il principe non ne sapeva nulla. “E’ stata un’operazione – ha aggiunto il capo della diplomazia dell’Arabia Saudita – dove alcuni individui hanno ecceduto le indicazioni delle autorità e le responsabilità che avevano. Hanno compiuto un errore uccidendo Khashoggi”. E mentre la tensione cresce una nota ufficiale di casa Saud afferma che Bin Salman ha telefonato al figlio di Jamal Khashoggi per esprimere le sue condoglianze.
Anna Pedri
 
 
 
 

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