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La guerra in Sudan è una bomba a orologeria piazzata sulle coste italiane

by Eugenio Palazzini
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Roma, 24 apr – Italiani evacuati, sudanesi in procinto di fuga scomposta. Adesso è chiaro a tutti: la guerra in Sudan rischia di provocare un boom di clandestini verso l’Europa e in particolare verso le coste italiane. Un allarme scattato la scorsa settimana, quando su questo giornale facevano notare la seria minaccia di una destabilizzazione che se è già allarmante di per sé, può produrre sommovimenti ancor più pericolosi nelle prossime settimane. Perché chiunque prevarrà in questo scontro interno feroce, tra signori della guerra che se ne fregano del popolo, potrebbe usare l’immigrazione come continua arma di ricatto. E a prescindere da chi andrà al potere, quasi sicuramente l’ennesima giunta militare traballante, una fuga scomposta di cittadini sudanesi è comunque pressoché scontata. Senza contare la porosità dei confini di questa nazione africana, sempre più permeabili e “bucabili”, proprio nell’epicentro delle principali rotte attraversate dai migranti diretti nel nostro continente, in particolare attraverso le rotte Khartoum-Assuan e Khartoum-Cufra, quest’ultima praticata in particolare da eritrei, somali e sudanesi stessi.

Leggi anche: La guerra civile in Sudan è una seria minaccia per l’Europa

La grande fuga dalla guerra in Sudan

Secondo l’Unhcr, sarebbero già circa 20mila le persone in fuga dal conflitto nella regione sudanese del Darfur, ovvero dalla parte occidentale del Paese, a maggioranza musulmana. “La crisi in Sudan farà aumentare le partenze dei profughi – sottolinea l’ong Sos Méditerranée, pronta forse a pattugliare il Mediterraneo – quello che sta accadendo aggrava una situazione di grande sofferenza per la popolazione civile e chiaramente spingerà le persone a spostarsi dal Paese”. Lapalissiano, talmente tanto da risultare sconcertante l’immobilismo Ue, di nuovo inerte di fronte agli interessi di russi e americani.

La palla della mediazione possibile la stiamo lasciando alla Turchia di Erdogan, particolarmente attiva nel continente nero allorquando abbandoniamo il campo (Libia docet) e abile nel ritagliarsi un ruolo da improbabile nazione super partes. Il presidente turco non ha perso tempo, si è offerto di ospitare negoziati diretti ad Ankara. E’ quanto fatto sapere da un funzionario diplomatico sudanese al Sudan Tribune. Così, mentre infuriano i combattimenti che mietono vittime tra la popolazione (due giorni fa si parlava già di circa 600 morti e 3.500 feriti), il “sultano” neo-ottomano alza la mano vestendosi da arbitro.

Un fantasma chiamato Europa

Altrove – più o meno ovunque – si pensa semplicemente a evacuare i propri cittadini, cosa buona e giusta di per sé, ma non seguita da altrettanto fondamentali mosse diplomatiche. Difficili certo, forse disperate arrivati a questo punto, eppure indispensabili per evitare un gigantesco dramma umanitario in una delle nazioni più povere del mondo. E al contempo necessarie per evitare agli europei di pagare un prezzo altissimo in termini di pressione migratoria. Perché se gli Usa possono limitarsi a lasciare le proprie forze armate “a Gibuti, per proteggere il personale degli Stati Uniti e altre persone fino a quando la situazione della sicurezza non richiederà più la loro presenza” – come affermato dal presidente Joe Biden -, e la Russia continuare a sfruttare la situazione, l’Europa no, l’Europa ha assoluto bisogno di attivarsi a più livelli per ripristinare una parvenza di sicurezza in Sudan.

Eugenio Palazzini

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