Londra, 20 lug – Ai tempi dell’ideologia gender e dell’egualitarismo a tutti i costi, uno dei fronti caldi è quello degli spot pubblicitari. Dallo schieramento degli ultras del politicamente corretto sono anni che si sferrano attacchi in questo senso: dapprima la questione era centrata su alcune rappresentazioni colpevoli di umiliare il corpo delle donne (troppi culi in tv, per dirla brutalmente), poi col passare del tempo l’obiettivo preferito sono diventati i prodotti per i bambini, dove l’idea che alle bimbe si regalino bambole e ai maschietti robot e pistole giocattolo, è diventato un’insostenibile, se non addirittura pericoloso, stereotipo di genere. Uno dei casi più eclatanti almeno in Italia fu lo spot dei pannolini Huggies di un paio di anni fa, che fu preso di mira perché esaltava le differenze tra femminucce e maschietti (“lei cercherà tenerezza, lui l’avventura”).



Nel Regno Unito però, qualcuno ha deciso di prendere (troppo) sul serio questa faccenda degli spot sessisti. E così, scavalcando la Svezia nella speciale classifica delle nazioni più lobotomizzate dal pensiero unico, l’Advertising Standards Athority (Asa), l’organizzazione di autoregolamentazione dell’industria pubblicitaria della Gran Bretagna, vuole vietare le pubblicità che presenteranno stereotipi di genere, cominciando col rendere più rigidi i criteri di giudizio sugli spot. Il tutto parte da un rapporto realizzato dall’agenzia britannica, intitolato “Rappresentazione, percezione e danno”, dove vengono citati diversi esempi di pubblicità “offensive”. Tra queste figurano come sempre alcuni spot rivolti ai bambini, dove alle femmine veniva prospettato un futuro da ballerine e ai maschietti da professionisti, ma anche la discussa pubblicità di Protein World sul tema della “prova costume”, dove una bella ragazza dal corpo tonico in costume da bagno, chiedeva alle persone “se avessero un corpo pronto per la spiaggia”.

Pubblicità che aveva destato particolare scalpore, visto che in merito si espresse anche il sindaco (musulmano) di Londra, Sadiq Khan, che con un’ordinanza vietò che sui mezzi pubblici ci fossero pubblicità con stereotipi sessisti. Alla base della decisione dell’Asa di inasprire i criteri per la censura delle pubblicità sessiste, come sempre accade nel mondo contemporaneo c’è un mix di sensibilità e diritti, visto che si sottolinea come “queste pubblicità hanno conseguenze sugli individui, sull’economia e sulla società” perché “anche se la pubblicità è solo uno dei tanti fattori che contribuisce alle discriminazioni basate sul genere, standard più rigidi possono svolgere un ruolo importante nel combattere le disuguaglianze“.

Per ora quella dell’Asa è solo un’indicazione, bisognerà aspettare l’intervento di un’altra agenzia, la Cap, che lavora in sinergia con l’Asa, che si occupa di scrivere i codici di comportamento. Per capire il livello di follia a cui siamo arrivati, una pubblicità con una donna che pulisce sarà ammessa, mentre sarà vietata una in cui si vedono i membri della famiglia creare disordine con la donna lasciata sola a pulire e riordinare. Vietate anche le pubblicità in cui si mostrano ragazzi e ragazze inadatti a svolgere un’attività perché solitamente associata all’altro sesso, o quelle con gli uomini incapaci di svolgere i compiti domestici. Ormai citare Orwell è diventato prassi quotidiana. Ma nemmeno lui era arrivato a tanto.

Davide Romano

 

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