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Morire di fame in mezzo al petrolio: Venezuela, storia di una rivoluzione naufragata

by Filippo Burla
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proteste venezuelaCaracas, 6 mag – Si può morire di fame in un paese che ha riserve petrolifere accertate pari o addirittura superiori rispetto al paese che è il produttore di oro nero per definizione, vale a dire l’Arabia Saudita? Si può, se ti chiami Venezuela e se la rivoluzione promessa da Chavez quasi vent’anni fa è ormai finita, più che nel petrolio, nel sangue dei tanti morti in mezzo alle strade. Quasi 40 venezuelani uccisi, 717 i feriti e centinaia di arresti: sono questi i numeri delle numerose proteste di piazza che, in questi giorni, stanno mettendo a dura prova il governo di Maduro, subentrato al defunto presidente a partire dal 2013.

Al netto dei dubbi – più o meno legittimi – sulla reale natura della forte contestazione all’esecutivo, l’innesco della rabbia popolare nasce, più che da spinte straniere, da una devastante situazione interna, con una nazione sull’orlo del baratro economico e sociale. Non serve infatti scomodare gli Stati Uniti (comunque da sempre interessati a conservare il loro ‘cortile di casa’ sudamericano) per rendersi conto che la rivoluzione chavista partita nel 1999 si è risolta in un pressoché totale fallimento.

Parliamo di numeri. Dati alla mano, il Venezuela siede su qualcosa come 300 miliardi di riserve. Tanto? Poco? L’Arabia Saudita – sia pur con valori solo stimati, dato che quelli reali sono coperti da segreto di Stato – è seconda in classifica, staccata di misura di un abbondante 30%, mentre il Canada (sul terzo gradino del podio) ne ha circa la metà. Caracas può dunque contare su quasi il 20% delle riserve mondiali accertate, riserve che però non riesce in alcun modo a mettere a frutto. Buona parte dei guai legati al petrolio vanno fatti risalire al 2006, quando Chavez decise d’imperio di nazionalizzare l’intero settore. Mossa non sbagliata in teoria, visto che le sorti del Venezuela dipendono dal greggio, ma inopportuna dato che il governo si è ritrovato da un giorno all’altro senza le competenze necessarie per gestire la propria ricchezza. La manutenzione ha così cominciato a scarseggiare, non tutti gli impianti sono in funzione, il fruttuoso bacino dell’Orinoco sconta gravi ritardi nell’esplorazione sotterranea, gli operai sono pagati male e lavorano in condizione precarie. Il risultato? Rispetto ai massimi del 2005, la produzione è collassata da 3,6 a poco più di 2 milioni di barili al giorno. Il calo ha inciso sui conti nazionali doppiamente, trascinato dal ribasso nei corsi del Brent e Wti. Tanto che in certi momenti, complice anche la non sempre eccelsa qualità di tutto il greggio locale, il paese si è trovato costretto addirittura a…importarlo, per di più dagli Stati Uniti.

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Scaffali vuoti al supermercato: un’immagine emblematica della crisi Venezuelana, dove anche il cibo è razionato

I controsensi non finiscono qui. Perché i proventi dalla vendita dei barili, che valgono il 95% delle esportazioni, finisco poco e male alla popolazione venezuelana, dato che i conti pubblici sono da anni in condizioni precarie. La conseguenza è che oltre al petrolio il Venezuela non ha mai seriamente intrapreso un solido sentiero di crescita ed investimenti industriali e di creazione di un indotto che lo mettesse al riparto dalle fluttuazioni sui mercati. Come ad esempio ha fatto l’Iran, dove nonostante le sanzioni l’economia ha tutto sommato tenuto. Invece in Venezuela, che sconterà quest’anno il terzo consecutivo di recessione (il 2016 si è chiuso con un -16% che nemmeno in una nazione in guerra), l’inflazione dopo aver toccato il 550% nel 2015 l’anno scorso ha raggiunto il 720%, la disoccupazione è quasi triplicata e oltre il 30% della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà assoluta mentre quella a rischio supera il 60%. Inoltre negli ospedali mancano il 70% medicinali di base e molti cittadini si curano con farmaci inviati da parenti residenti all’estero (per chi ha la fortuna di averne, mentre gli altri devono dar fondo ai risparmi per acquistarli al mercato nero), il cibo è spesso razionato, l’energia non sempre disponibile e negli ultimi mesi ha iniziato a scarseggiare anche l’acqua potabile.

Filippo Burla

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Luca Tamburinni 6 Maggio 2017 - 11:25

GUARDA CASO PROPRIO DOPO LA MORTE DI CHAVEZ MA CHE COINCDENZA

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