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Londra, 13 mar – Scambi di accuse reciproche tra Londra e Mosca sull’avvelenamento dell’ex spia russa Serghej Skripal. Anche la premier britannica Theresa May ha puntato il dito contro il Cremlino nel corso di un suo discorso a Westminster. Londra sostiene che a uccidere Skripal sia stato usato il Novichok, un agente letale da guerra chimica prodotto dai sovietici negli anni ’70. Un gas altamente letale, di cui basta una goccia per non lasciare scampo alle vittime, anche se Skripal sebbene sia grave è ancora vivo.
La Russa dal canto suo respinge ogni accusa e il ministro degli esteri, Sergei Lavrov parla di “provocazione” e di “show da circo”. Anche l’ambasciata russa negli Stati Uniti afferma che non vi è alcuna prova del coinvolgimento di Mosca nell’avvelenamento dell’ex ufficiale dell’intelligence militare russa (GRU), Sergei Skripal, nel Regno Unito. Una precisazione necessaria dopo le accuse che alla Russia sono arrivate anche dagli Stati Uniti. Il segretario di stato americano Rex Tillerson, infatti aveva affermato che gli Usa hanno piena fiducia nella valutazione del Regno Unito secondo cui la Russia sarebbe stata probabilmente responsabile dell’avvelenamento.
Ma la questione è di quelle serie, e Londra tira dritto nel ritenere responsabile Mosca dell’avvelenamento. La premier May, oltre a lanciare pesanti ed esplicite accuse, ha dato un ultimatum di 36 ore all’ambasciatore  russo “per spiegare come lo stato ha  sviluppato l’agente nervino usato a Salisbury”. Pena gravi misure”, per questo “uso illegale della forza in territorio del Regno Unito”.
Ma Mosca non si lascia intimorire e la portavoce del ministero degli Esteri russo afferma: “Prima di fabbricare nuove favole qualcuno nel Regno (Unito) dovrebbe dire cosa è accaduto con i vari Litvinenko, Berezovsky, Perepilichny e molti altri che sono morti in territorio britannico”.
Oltre al caso di Alexander Litvinenko, a cui il caso Skripal viene associato per via delle molte analogie, sono infatti molte le morti sospette nel Regno Unito negli ultimi 40 anni. Il primo fu il dissidente bulgaro Georgy Markov, nel 1978 quando la Bulgaria era nell’orbita dell’URSS, assassinato sul Waterloo Bridge con una minuscola pallottola avvelenata sparata probabilmente dalla punta di un ombrello. Si trattò di uno dei più noti omicidi della Guerra Fredda, a cui seguirono anni di relativa calma, fino al 2006, quando venne assassinato Litvinenko. Dal 2012 a oggi gli attacchi sospetti sono aumentati: nel marzo 2012, German Gorbuntsov, banchiere russo esiliato è sopravvissuto a una sparatoria mentre usciva da un taxi a Londra. Nel novembre dello stesso anno l’uomo d’affari Aleksander Perepilichnyy morì collassato mentre faceva jogging, e l’autopsia trovò tracce di veleno nel suo corpo. Nel 2013 venne trovato impiccato in un autosilo l’ex oligarca Boris Berezovsky. La morte venne ritenuta un suicidio anche se il patologo che ha fatto l’autopsia ha detto di non potere escludere l’omicidio. L’anno dopo un collaboratore di Berezovsky, Scot Young è stato trovato impalato a una ringhiera dopo essere caduto dal quarto piano a Marylebone, a Londra.
Anna Pedri

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1 commento

  1. Tutto questo fumo per screditare le elezioni di Putin in Russia. Le spie inglesi del Mi6 dopo aver ben sfruttato l’ex spia russa si sono presi la premura di sigillarlo con l’obiettivo di incriminare, senza provarlo ovviamente, il suo ex datore di lavoro, Putin.
    Gli inglesi si stanno dimostrando sempre più vulnerabili e soli nel panorama politico mondiale. Un isola bagnata dalla birra più che dal mare. Ridicoli boccaloni meticciati capaci di costruire navi militari che fanno acqua, anzi birra.

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