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cocainaBogotà, 15 mar – Parlare di Colombia significa parlare essenzialmente di due cose: caffé e cocaina. Il sistema del narcotraffico nasce essenzialmente in quel Paese, sviluppatosi esponenzialmente negli anni ’80 grazie ai vari cartelli della droga, come quello di Cali o di Medellin. Anni ’80 che però vedevano agire in Colombia non solo i narcos, ma anche la guerriglia di stampo marxista-leninista, le Farc, nate a metà degli anni ’60 in funzione anticapitalista ben presto si dedicarono ad attività illegali per il proprio sostentamento come rapimenti, attività minerarie illecite, e soprattutto produzione e distribuzione di cocaina.

Complice il boom di questa droga negli anni ’80 le Farc hanno potuto arrivare ad avere un vero e proprio esercito irregolare capace di azioni di guerriglia di ampio spettro contro l’Esercito Colombiano, oltre che poter essere in grado di inviare miliziani in Unione Sovietica e Viet Nam per addestramento. Parlare di Farc significa analizzare quasi un cinquantennio di storia colombiana, e non è questo il proposito di questa trattazione, quello che vogliamo sottolineare è come, da quando è stato raggiunto l’accordo di pace con il governo Santos, la produzione di cocaina, invece di diminuire come ci si aspetterebbe, sia in realtà aumentata.
Nello scorso agosto, infatti, le Farc ed il governo Santos avevano raggiunto un primo storico accordo di pace che avrebbe messo fine alla guerriglia e istituzionalizzato le Farc previa cessione, ovviamente, delle armi e dei piccoli territori che controllava e amministrava. La notizia è stata festeggiata sia per le strade di Bogotà sia dalle diplomazie di mezzo mondo; l’allora presidente degli Usa, Barack Obama, così commentava la notizia: “Gli Stati Uniti sono orgogliosi di appoggiare la Colombia nella sua ricerca di pace” disse a Santos, definendo “questo giorno come un momento decisivo in quello che sarà un vasto processo per applicare appieno un accordo di pace giusto e duraturo, che possa promuovere la sicurezza e la prosperità per il popolo colombiano”.

Accordo di pace che però non superò il passaggio referendario di ottobre, quando contrariamente a tutte le previsioni, il 50,24% dei votanti votò no alla sua ratifica giudicandolo troppo “leggero” forse per cancellare soprattutto gli ultimi 30 anni di attentati e bombe sovvenzionati con i narcodollari. Perché una cosa deve essere chiara, nella Colombia di Pablo Escobar, dove non si muoveva foglia (di coca) senza il suo permesso, le Farc facevano la loro parte non solo difendendo le coltivazioni di coca, ma rendendosi attivi produttori di questo narcotico che invase letteralmente il mondo in quegli anni. Il Governo, preso atto dell’esito referendario, ha espresso la volontà di proseguire nella strada del cessate il fuoco, volontà condivisa anche dalle Farc in un comunicato ufficiale. Infatti è notizia di novembre dell’anno scorso, la ratificazione di un secondo accordo tra le due parti che include alcuni dei punti richiesti dal fronte di chi, il mese precedente, si schierò per il no al referendum. Il testo originale dell’accordo prevedeva che le Farc deponessero le armi e diventassero un partito politico, ma il campo del “no” in Colombia, guidato dall’ex presidente Alvaro Uribe, ha richiesto sanzioni più severe per gli ex guerriglieri. In totale, secondo Santos, 56 delle 57 disposizioni del primo accordo sono state modificate, ma nessun cambiamento fondamentale sembra essere stato apportato all’accordo iniziale, secondo i primi elementi rilasciati dal governo. Anche la partecipazione delle Farc alla vita politica del Paese non è stata messa in discussione: potranno partecipare alle elezioni pur non ricevendo automaticamente seggi in Parlamento come si vociferava.

Plauso e rallegramenti per come si è risolta la vicenda sono arrivati dai dicasteri degli Esteri e dalle Cancellerie di mezzo mondo, però non è tutto oro quello che luccica, e nel caso della Colombia probabilmente non è nemmeno oro. Risulta infatti, dalla stampa locale, che la coltivazione di coca abbia raggiunto il suo massimo storico proprio negli ultimi 6 mesi. Sono stati raggiunti, infatti, 188mila ettari coltivati, riconosciuti tramite immagini satellitari, capaci di una produzione di cocaina pari a 710 tonnellate, circa il 37% in più rispetto alla stagione precedente. La coltivazione di coca, a discapito della lotta al narcotraffico voluta dalla Casa Bianca, raggiunge così un livello senza precedenti passando dai 78mila ettari del 2012 ai 188mila odierni. Prima di questo incremento le autorità avevano promesso una riduzione di 100mila ettari per quest’anno, la metà ottenuta in maniera forzata con la distruzione delle coltivazioni e l’altra con l’introduzione di coltivazioni sostitutive per i contadini come da accordo di pace con le Farc, che avevano esplicitamente richiesto che non si distruggessero solo le piantagioni ma che si provvedesse a fornire coltivazioni in sostituzione della coca. Farc che controllano ancora le remote zone di produzione di questa piantagione così redditizia per i motivi che tutti ben sappiamo, e che quindi saranno gli unici e soli attori in grado di decidere se venire incontro alle richieste del Governo colombiano di riduzione dell’estensione delle piantagioni oppure no, governo quindi ancora ostaggio della politica delle Farc.

Oggettivamente 100mila ettari di riduzione ci sembrano una cifra enorme perché le Farc possano pensare realmente di prendere in considerazione l’idea di ridurre la produzione, considerato che il mercato della cocaina resta ancora la prima fonte di reddito per questa fazione, ormai non più del tutto armata, della politica colombiana, che spesso e volentieri è venuta a patti coi narcotrafficanti di ogni risma, anche con quelli marxisti delle Farc.

Paolo Mauri

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