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Roma, 4 mar – Potremmo soffermarci a lungo per far comprendere soprattutto ai più distratti una cosa che apparentemente sembra essere banale, superficiale, e cioè il fatto incontrovertibile e inoppugnabile che Idlib è Siria. Potremmo spiegarlo attraverso la sua storia, la vicinanza geografica a quel sito archeologico, una meraviglia terrestre scoperta dall’archeologo italiano Paolo Matthiae nel 1975, che è l’antica città di Ebla, la cui storia per l’appunto è caratterizzata da tre periodi principali: pro, tardo e paleosiriano.



Potremmo continuare dicendo che Idlib, e quella zona pianeggiante conosciuta come piana di Al Ghab lungo il corso del fiume Oronte, è uno degli esempi più emblematici della rivoluzione, nazionalista e socialista, attuata dal partito Ba’ath: la distribuzione, negli anni ’60, di terra coltivabile ad oltre undicimila famiglie di contadini siriani. Una volta terra insalubre e malarica, bonificata e resa produttiva come solo una vera rivoluzione può fare, fiore all’occhiello delle riforme a vantaggio del popolo e zona agricola tra le più produttive, modello di sviluppo economico del socialismo arabo.

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Sperando di aver chiarito, una volta per tutte, questo aspetto, passiamo a raccontare questi ultimi anni nei quali la città è stata al centro del drammatico conflitto in Siria.

Idlib da anni sotto il controllo delle milizie islamiste

Sin dal 2011, tutta la provincia di Idlib fu tra le più turbolente tra quelle siriane nelle prime “manifestazioni” anti-governative, non certo su quell’onda, come si capirà in seguito, delle false “rivoluzioni democratiche” meglio vendute dai media occidentali come “primavere arabe”, ma per la presenza endemica dei Fratelli musulmani, storicamente più influenti nelle zone rurali e tra le classi medio-basse, non solo in Siria. Ben presto, la maschera che copriva i fantomatici “rivoluzionari”, poi etichettati con il termine comunque menzognero ma digeribile per l’opinione pubblica di “ribelli moderati”, cadde e si palesò quello che la “primavera siriana” era a tutti gli effetti: una guerra eterodiretta da alcune potenze regionali e mondiali contro la sovranità e l’indipendenza della Siria. Quando questa fantomatica rivoluzione ebbe una escalation militare, Idlib fu la seconda capitale provinciale, dopo Raqqa, a cadere in mano ai gruppi “delegati” nella proxy-war per il “regime-change” (per usare termini tanto cari al Pentagono), tutti di matrice islamista.

La strategia della Turchia

La città divenne in qualche modo il comando avanzato, sul campo, di quello che sarebbe dovuta essere tutta la Siria, un paese in mano alle orde islamiste. E mentre gli occhi del mondo erano puntati su Raqqa, la capitale del sedicente califfato dell’Isis, alcune potenze regionali ottimizzavano e riequilibravano le loro influenze sul teatro bellico siriano, foraggiando anche conflitti intestini tra i gruppi islamisti presenti ad Idlib. Tra questi paesi “sponsor” prese il sopravvento la Turchia. Nell’idea del “sultano” Erdogan, il revanscismo islamista e panturco, Idlib era ed è terra di conquista. Una nuova provincia dell’impero neo-ottomano. Una spina nel fianco sul futuro della Siria, anche nel post-conflitto. Un risarcimento per Ankara del suo ruolo di potenza regionale. Una pedina per stare al tavolo negoziale coi russi e trattare anche sull’assetto di teatri più lontani come Cipro e la Libia. Un’assicurazione, nei confronti soprattutto degli alleati ufficiali, Stati Uniti in primis, sui curdi, il nemico più temibile da tenere a bada.

La città e la sua provincia, occupata dai mercenari islamisti prima di Al Qaida e poi delle sue “evoluzioni” Fronte Al Nusra ed ora Tahrir Al Sham, è diventata nel tempo “l’autostrada dei jihadisti”: solo nel 2013 il governo turco ha agevolato, sostenuto e supportato l’accesso in Siria di oltre 30 mila terroristi islamisti. Le truppe ausiliarie della “Nuova Sublime Porta”, provenienti dalle più remote regioni dell’”impero”, abitate da genti turcomanne e turcofone (si stima ci siano oltre 40.000 uiguri ad Idlib, combattenti e loro famiglie, a cui è stata promessa parte di quella terra siriana).

Quanto dureranno gli scontri a Idlib?

Ora i nodi sono però al pettine ed il violento conflitto per Idlib potrebbe durare a lungo. Per la Siria ovviamente il ritorno di quella terra alla madrepatria non è negoziabile. La Turchia invece, che con Idlib in mano in questi anni ha ottenuto tempo, disinnescato nemici (i curdi) e annichilito concorrenti (Arabia Saudita e Qatar), è quella che rischia comunque di più perché uscirebbe umiliata e definitivamente sconfitta, chiudendo il sipario sul conflitto. Proprio per questo, anche per Mosca, per ora infallibile mediatore, la situazione non è semplice: Idlib non potrà mai essere una “nuova” Cipro del Nord, ma umiliare troppo Ankara significherebbe perdere il gioco di sponda (che sta avvenendo anche in Libia per esempio) e riconciliarla definitivamente con la “moglie americana”. Per ora insomma, tuonano i cannoni, e Damasco procede spedita ed il resto è cronaca.

Le truppe siriane entrate alcuni giorni fa a Saraqib, importante città ad est di idlib, in mano ai terroristi islamisti dal lontano 2012 e nodo strategico delle linee di comunicazione (autostrade M4 per Latakia e M5 Hama-Aleppo), tra la Siria centrale e nord-occidentale, hanno liberato legittimamente e sacralmente, una parte della propria terra. Un passo, di un milione di passi lunghi nove anni, verso la vittoria finale.

Giovanni Feola

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