Damasco, 10 gen – Lo storico alleato turco fa la voce grossa con gli Stati Uniti. Non è una novità assoluta, ma è in ogni caso un dato non trascurabile se vogliamo considerare i riposizionamenti e gli attuali rapporti di forza in Medio Oriente. L’imprevedibilità di Trump è soltanto uno dei motivi che stanno spingendo Erdogan a minacciare un attacco massiccio in Siria, a prescindere da quando avverrà il ritiro delle truppe Usa dalla Siria. Non a caso il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha dichiarato oggi che che se gli americani rallenteranno il loro ritiro “l’esercito turco è comunque in grado di lanciare un’offensiva”.

E’ evidente però che l’affondo di Ankara è mosso dall’apparente indecisione di Washington. “Se il ritiro americano verrà ritardato con scuse inverosimili come dire che l’esercito turco si prepara a massacrare i curdi, allora noi comunque andremo avanti. La Turchia combatterà lo YPG sia che gli americani si ritirino sia che rimangano in Siria”, ha poi specificato Cavusoglu. Chiaro il riferimento del ministro turco alle dichiarazioni del segretario di Stato americano Mike Pompeo, il quale senza giri di parole ha dichiarato che prima di far tornare a casa le truppe vuole essere sicuro che “i turchi non massacrino i curdi”. Qualcuno potrebbe facilmente ironizzare che è come sperare che un gatto non dia la caccia a un topo, ma in realtà stanno semplicemente emergendo le frizioni tra Usa e Turchia sulla questione degli alleati in Medio Oriente.

Gli americani considerano i turchi funzionali tanto quanto i curdi, e non vorrebbero mollare del tutto nessuno dei due. Mike Pompeo, nell’odierna conferenza stampa a Il Cairo con l’omologo egiziano Sameh Shoukry, ha comunque confermato che il ritiro delle “nostre forze dalla Siria” ci sarà, perché “sono in grado di dire che abbiamo annientato il 99% del califfato”. Se è vero che dell’Isis, che purtroppo ha comunque mostrato negli anni di sapersi nascondere e risorgere dalle ceneri come un’oscura Fenice, è rimasto ben poco e giusto in alcune zone desertiche al confine tra la Siria e l’Iraq, è altrettanto noto che il contributo statunitense alla sconfitta dei fanatici tagliagole è stato molto meno determinante di quanto afferma il governo di Washington.

Resta poi la questione della sacca di Idlib, una vasta area in cui le forze jihadiste (soprattutto affiliate ad Al Qaeda) continuano a imperversare. E, soprattutto in relazione al braccio di ferro turco-americano, rimane il punto interrogativo del nord-est della Siria occupato dalle forze curde finora alleate con gli Usa. Difficile pensare che la Turchia intervenga sul serio prima del ritiro delle truppe Usa, più facile che la mossa di Erdogan serva però a velocizzarlo. A quel punto con tutta probabilità assisteremo alla ciclica rimostranza curda: prima coccolati e poi abbandonati.

Eugenio Palazzini

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2 Commenti

  1. da secoli i musulmani turchi,prima commercianti di schiavi e pirati nel mediterraneo, ora vogliono di nuovo imporre la legge /credo ISLAMICO, ERDOGAN si eretto capo di questi fanatici e saranno dure conseguenze per chi non accetta tali imposizioni, e la chiamano DEMOCRAZIA, ma sono solo volgari assassini, come fu STALIN; HITLER , MAO ecc. ecc.

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