Roma, 21 lug – Mario Draghi se ne va? Non ancora. Il primo ministro ha rassegnato le dimissioni al presidente della Repubblica e dunque, sulla carta, non c’è alcun piano B nell’aria. Nessuna brutta sorpresa in vista, siamo ufficialmente arrivati alla fine della XVIII legislatura. Si attende adesso soltanto lo scioglimento delle Camere da parte di Mattarella, dopodiché inizierà il percorso burocratico verso le elezioni. Intanto però, per qualche mese, Draghi resterà in sella per sbrigare i cosiddetti “affari correnti”. E’ quanto precisato anche in un’apposita nota del Quirinale. “Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto questa mattina al Palazzo del Quirinale il presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi, il quale, dopo aver riferito in merito alla discussione e al voto di ieri presso il Senato, ha reiterato le dimissioni sue e del Governo da lui presieduto. Il Presidente della Repubblica ne ha preso atto. Il Governo rimane in carica per il disbrigo degli affari correnti”, si legge nella nota. Ma cosa significa esattamente “disbrigo degli affari correnti”? E quando si vota?

Cosa sono gli affari correnti

Andiamo con ordine. Restare in carica soltanto per il disbrigo degli affari correnti vuol dire, in teoria, che Draghi non avrà pieni poteri. Dunque non si potrebbero fare disegni di legge e non potrebbero essere approvati decreti lesiglativi. Usiamo il condizionale perché in realtà, viste le condizioni di “emergenza” legate a Covid, guerra in Ucraina e crisi energetica, fino alle prossime elezioni in realtà il governo guidato da Draghi potrà continuare a emanare determinati decreti legge e adottare, ad esempio, quei decreti legislativi di attuazione delle leggi delega del Pnrr. Quello che al contrario non potrà fare l’esecutivo è adottare nuovi regolamenti ministeriali o governativi, fatta eccezione per i casi in cui sono previsti obblighi internazionali o di legge, e ancora per l’attuazione di riforme già approvate dal Parlamento. Draghi non potrà poi nominare altri ministri. Avremo insomma un primo ministro soltanto parzialmente ridimensionato.

Quando si vota

Quando si vota. La prima data utile sarebbe il 25 settembre, questo perché il voto dovrebbe avvenire entro un minimo di 60 e un massimo di 70 giorni dallo scioglimento delle Camere. Il 25 settembre coincide però con la vigilia del capodanno ebraico e soltanto una volta, nella storia della Repubblica italiana, si è votato durante una festività. Correva l’anno nel 1994, quando le elezioni le vinse il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. Sta di fatto che per consentire alle persone di religione ebraica di festeggiare, è probabile che gli italiani saranno chiamati alle urne il 2 ottobre.

Alessandro Della Guglia

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