Roma, 22 giu – “Insieme per il futuro” è un ritorno al passato che non passa. Classico nomignolo insulso, da gruppo parlamentare che sta e non va, a conservare l’esistente comodo. Dovrebbe evocare visione, lungimiranza, spinta in avanti. Finisce per strappare sonori sbadigli. La verità è che i Cinque Stelle sono morti tutti democristiani, e non c’era peggior fine contemplabile per chi si convinse di poter abbattere la grigia partitocrazia ereditata dalla Prima Repubblica.

I grillini sono morti democristiani

Nella scatoletta che intendevano aprire ci sono finiti come tonni, trasformandosi in qualcosa di molto simile a una balena bianca del terzo millennio. Perché se l’implosione grillina era oramai un dato di fatto, il partito di maggioranza relativa in Parlamento è evaporato. Resteranno a galla i suoi componenti esattamente fino alle politiche del 2023, perché indispensabili alla tenuta di un esecutivo che non è esecutivo, se consideriamo il ruolo assolutistico di Draghi. La resa dei conti interna al movimento ha generato la più triste scissione della storia politica italiana: due partiti centristi, del tutto scollati dall’elettorato che chiedeva la testa della casta. I numeri ci dicono che adesso il primo partito in Parlamento è la Lega, ma poco cambierà in termini di tenuta del governo.

I circa 60 parlamentari, 50 deputati e 11 senatori che (per ora) hanno mollato il M5S per sbarcare nella compagine capeggiata da Luigi Di Maio, servono semplicemente a creare due nuovi gruppi: uno alla Camera e uno al Senato. Stampelle essenziali per Draghi, utili a sostenerlo senza batter ciglio in qualsivoglia decisione da prendere con tacito avallo. Il ministro degli Esteri non lo ha nascosto, a suon di “basta populismi, estremismi, sovranismi”, ribaltando il primordiale “uno vale uno” pentastellato con “l’uno non vale l’altro”, collocandosi nell’area “euroatlantica” e via di amenità atte alla trasmutazione in paggetto dello scudo crociato.

Tutti per Draghi (e per un posto al sole)

Ora molti si chiedono cosa farà il Pd, ovvero con chi deciderà di allearsi. Sceglierà ciò che resta della pattuglia guidata da Conte, il partitino parlamentare creato da Di Maio oppure l’area dei transfughi rappresentata da Calenda e Renzi? A ben vedere è una domanda senza senso, perché alla fine nessuno può davvero scegliere, si prenderanno tutti per mano entro il 2023. Calderone informe in cui inserirsi, per tentare di conservarsi un posto al sole. La variabile impazzita, l’unica, è forse soltanto il rimasuglio di M5S retto da Conte. Se intende recuperare qualche voto potrebbe tentare uno strappo, passando all’opposizione e bombardandoci di retorica vagamente di sinistra. Il problema è che Conte non è un battagliero, non è un Dibba della prima ora, ha un profilo del tutto istituzionale seduto sul moderatismo. Democristiano, pure lui.

Eugenio Palazzini

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