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maurizio lupiRoma, 20 mar – Dal sicuro appoggio da parte del governo alle dimissioni, in meno di ventiquattr’ore. Si potrebbe così sintetizzare la giornata di ieri, che ha visto al centro della scena politica nazionale la vicenda di Maurizio Lupi. La decisione è stata presa in mattina dopo il decisivo faccia a faccia con Renzi. L’ufficialità si avrà solo oggi, dopo che Lupi avrà parlato alla Camera.

L’ormai ex ministro delle Infrastrutture è coinvolto nello scandalo scoperchiato dalla procura di Firenze che ha visto finire in carcere, tra le altre persone, anche Ercole Incalza, dominus delle attività del dicastero per molti anni. Lupi non è indagato, ma il suo nome emerge più volte nell’ambito delle telefonate intercettate dagli inquirenti.

Anzitutto lo scambio fra il ministro e lo stesso Incalza, nel quale Lupi gli chiede se è disponibile ad incontrare il figlio Luca, appena laureatosi in ingegneria, per avere “consulenze e suggerimenti”. Una richiesta che secondo molti racchiude in sé una raccomandazione bella e buona. Tanto che alla fine sarà assunto, pur solo per un anno, presso lo studio Mor di Genova, proprietà della famiglia della moglie di Giorgio Perotti, l’imprenditore arrestato con l’accusa di essere complice di Incalza negli abusi sugli appalti pubblici.

In secondo luogo, a fare scalpore sono i contatti che intercorrevano direttamente fra Lupi e l’imprenditore friulano Claudio De Eccher. A tenere i rapporti era l’uomo di fiducia del ministro, Francesco Cavallo, che aveva tentato di intercedere anche qui per far assumere l’ingegner Luca Lupi. Il problema sorge nella misura in cui, all’epoca dei fatti, l’azienda di De Eccher era sotto interdittiva antimafia da parte della prefettura di Udine. Provvedimento poi comunque revocato dal Tar.

Una situazione difficile da gestire, sia per il ministro che per la maggioranza di governo. Renzi ha velatamente minacciato di non riuscire a controllare il comportamento dei suoi parlamentari in caso di una mozione di sfiducia contro Lupi. E così, al fine di evitare conseguenze politiche o peggio, di essere abbattuto dal fuoco degli alleati, la strada delle dimissioni si è rivelata l’unica possibile. Non senza polemiche: “Renzi usa due pesi e due misure. E’ garantista con quelli del Pd. E’ colpevolista con tutti gli altri. E io non sono nemmeno indagato”, ha detto Lupi. Parole alle quali il premier risponde: “Non ti ho condannato, non ho detto una parola e ti ho lasciato il tempo per riflettere, per prendere una decisione tua”. Ora la questione si sposterà sull’asse politico Pd-Ncd, in specie al Senato dove i numeri sono risicata e la maggioranza dovrà dimostrare di saper tenere.

Nel frattempo si apre il toto-nomine per la poltrona vacante, che fino ad allora resterà ad interim nelle mani di Renzi. Fra i candidati spuntano i nomi dell’attuale sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Graziano del Rio, del presidente dell’autorità anticorruzione Raffaele Cantone, che potrebbe addirittura finire alla Giustizia se alle infrastrutture fosse invece spostato l’attuale titolare del ministero, Andrea Orlando. In quota Ncd dovrebbe invece finire -si fa il nome di Gaetano Quagliariello- il ministero degli Affari Regionali così da garantire, in perfetto stile manuale Cancelli, l’equilibrio politico dei poteri.

Filippo Burla

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