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Roma, 3 feb – L’Italia non è un Paese democratico, almeno non secondo i dettami della retorica democratica, per la semplice ragione che democrazie di quel genere non esistono. Ma non è neanche una dittatura, come disinvoltamente afferma spesso l’opinione pubblica sovranista. L’Italia è piuttosto una forma particolarissima di monarchia, che potremo chiamare “monarchia mammona”. La crisi politica sfociata nell’incarico a Mario Draghi non fa eccezione, anzi, conferma la regola. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha gestito la delicata fase istituzionale sulla base di ragionamenti eminentemente politici. Lo spettro vero sono sempre state le elezioni, con la paura che vincesse il centrodestra (cosa quasi certa) e che la suddetta coalizione si trovasse a gestire i fondi europei e, soprattutto, l’elezione del prossimo capo dello Stato. Il tutto ammesso quasi candidamente, come se fosse regola costituzionale che, nel gioco politico, una delle due squadre non abbia diritto all’arbitro imparziale, anzi che l’arbitro debba proprio essere accorpato all’altra compagine.

Mattarella e la monarchia dolce

Il ruolo di Mattarella in questa vicenda, così come l’unanime entusiasmo a livelli di regime nordcoreano che esso suscita negli opinion maker italici, ben illuminano il tipo di regime in cui viviamo: una monarchia dolce, melliflua, ipocrita, diremmo paternalistica, ma forse sarebbe troppo, perché il paternalismo mantiene comunque una caricatura del pater, mentre la nostra è una monarchia mammona, di fatto autocratica ma che rifiuta il carisma dell’autocrazia, in cui il sovrano parla solo per frasi fatte, salvo comunicare le sue vere intenzioni solo attraverso la casta dei “quirinalisti”, che ne esprimono a comando “l’irritazione”, la “preoccupazione” e via eufemizzando. Come tutte le mamme, il sovrano ci porta a fare le cose “giuste”, ma senza severità, facendo sembrare che ci siamo arrivati da soli, con una finta responsabilizzazione.

Detto questo, e assodato che le scuse per non andare alle elezioni non reggono, in taluni casi sono persino ignobili (il richiamo alla pandemia come scusa per perpetrare giochi di potere lo è a tutti gli effetti), la speranza nell’effetto salvifico delle elezioni appare altrettanto bambinesco, e infatti gli stessi partiti di centrodestra sembrano averle chieste senza crederci più di tanto, non foss’altro perché nessuno vuole avere tra le mani la patata bollente dell’epidemia e della conseguente crisi economica. È di una classe dirigente, di una cultura politica alternativa alle varie filiazioni cattocomuniste che abbiamo bisogno, non di ludi cartacei.

Draghi e la percezione comune

È proprio l’assenza, in senso generale, di una classe dirigente degna di questo nome che, paradossalmente, rende l’avvento di Draghi meno drammatico, nella percezione comune, di quanto sarebbe sembrato solo pochi mesi fa. Siamo l’unico Paese giunto a considerare la Troika, o i suoi surrogati, come il male minore, dopo le tragicomiche avventure di Giuseppe Conte, dopo il rischio concreto di un Conte ter e persino la ventilata ipotesi di un governo Fico. Con questi nomi sul tavolo, persino Hannibal Lecter verrebbe accolto come un passo in avanti. Che lo sia davvero, un passo avanti, è tutto da vedere. Dando per scontato (ma lo è veramente?) che Draghi superi indenne la prova dell’Aula, che premier sarà? Avremo a Palazzo Chigi il commissario liquidatore, il banchiere cinico e spietato, il profeta dell’austerity o il Draghi keynesiano che a marzo scorso, sul Financial Times, rilanciava il ruolo dello Stato e invitava alla spesa pubblica senza troppi complessi? Si tratta di un mero gioco di prestigio, farci indebitare ancora oggi per stringere di più il cappio domani?

Cosa vuole la mamma

In attesa di sciogliere questi nodi, resta comunque costernante l’invito del Quirinale – e torniamo da capo – che ha ritenuto di dover fare “un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica”. La semplice opposizione vista ormai come un male da estirpare, l’unanimismo come arricchimento, i governi da accettare a scatola chiusa, solo per “l’alto profilo”, non per il programma, gli esecutivi svincolati da ogni “formula politica”: siamo arrivati a questo punto. La mamma vuole che non litighiamo, altrimenti viene il babau. O forse sta già venendo.

Adriano Scianca

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5 Commenti

  1. Mammona…, masochista.
    Non sempre, ma non ci capita talvolta di dividere tra masochisti e sadici? Estremismi patologici in fase crescente.
    Necessita ripulisti!

  2. Fabio Crociato, mi sa che sei pure tu un personaggio del noto mentecatto psicopatico.
    Sicuro di non essere l'”eridanio” del sito?

    • Non fare il disequilibrato ermetico e impara i rudimenti della politica… Tra questi c’è anche la chiarezza e la ricerca. Non vengo dalle aule zuccherine e tossiche del ’68 o post. Stammi bene, non capire Roma per toma.

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